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Lavoro migrante: Angola, intorno al Duemila

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Effetto sorpresa. Tacticalscheme.

La missione in Angola è schematica, quindi facile da raccontare. Su un foglio bianco formato A5, lo Sciacallo disegna una pianta: all’interno dell’area di un rettangolo ne disegna un altro e, a partire dall’angolo superiore destro del rettangolo interno, la penna traccia un quadrato.

Comincia così il dialogo-intervista dedicato a una delle missioni dello Sciacallo e dei suoi compagni di squadra. Davanti a lui, una pianta disegnata a mano e la cartina geografica dell’Africa sul monitor del laptop aperto sul tavolo.

Non più volute di fumo della sigaretta: i lacrimogeni per depistare l’attenzione della prima intervista. Ora affida pensieri, riflessioni e la memoria di una fatica esistenziale mai dichiarata, forse neanche a se stesso, a pizzini sintetici, vergati con grafia sicura.

Per la seconda volta li consegna ufficialmente prima del clic d’inizio della registrazione.

È una consegna formale. Pensieri sulla carta che passano da una mano all’altra, da una persona all’altra. Testimonianza di solitudini inespugnabili. È un gesto di fiducia.

Disarmo volontario in nome della catarsi.

Idealmente appoggia l’arma carica sulla scrivania, di fronte al registratore in ascolto. Con il calcio dalla sua parte.

Della missione in Angola non indica l’anno di riferimento. Il Lord gli ha detto di tacere il periodo perché, incrociato con i dettagli del racconto, potrebbe contribuire all’identificazione della squadra.

Il Lord è intervenuto a distanza a tutela dello Sciacallo e, indirettamente, di sè stesso.

Lo Sciacallo e il Lord. Una fratellanza esistenziale. Se cade uno, cade anche l’altro. Oppure si ferisce in modo indelebile.

La comunicazione è lapidaria. Lo sguardo è di un freddo trasparente, artificiale, da laboratorio. Per un frammento di tempo lo Sciacallo ritorna a essere Sciacallo.

La missione in Angola è atemporale. Quando? Risponde con il primo silenzio.

Obiettivo

Stanare e annullare uno dei signori della guerra. La penna dello Sciacallo comincia a disegnare la pianta del quartier generale dell’obiettivo. Intorno al rettangolo interno, un contorno di baracche costruite con materiali diversi, dove vivevano circa quattrocento uomini, controllori della sicurezza del signore della guerra.

Militari? «Controllori e guardiani dell’incolumità del signore della guerra. Si davano il cambio e facevano la ronda armata per controllare lo spazio nel quale alloggiava il nostro obiettivo. Qualcuno attento, qualcun altro meno».

Indossavano una divisa? «Erano vestiti in modo diverso, chi con i pantaloni oppure la giacca mimetica, chi con altri tipi di vestiti».

Armati? «Sì, tutti. All’interno del recinto rettangolare maggiore c’era anche un deposito di armi e un serbatoio di carburante».

Quanto era grande l’area recintata? «Un chilometro quadrato».

La squadra

«Siamo un gruppo di sette persone. In cinque siamo una squadra. Ci conosciamo. L’agenzia chiama uno, che contatta gli altri. Due sono nuovi e uno di loro è polacco».

Parla al tempo presente. Lo Sciacallo è ancora in squadra con i suoi ragazzi. Li chiama così, i compagni di missione.

Sette contro i quattrocento della scorta del signore della guerra. Qual è l’attrezzatura? «La scegliamo noi. Uno zaino di otto o nove chilogrammi. Abbiamo armi ed esplosivi, che dovremo piazzare all’interno del recinto prima dell’azione».

E la razione K? «La razione K?», fa eco lo Sciacallo. Esce dalla corazza di cinismo militare e ride. Un lampo di ilarità, immediatamente soffocato dalla precisazione: «Noi siamo addestrati a vivere in situazioni estreme: a non dormire e a non mangiare per giorni. Siamo addestrati a mangiare radici oppure quello che si trova nel bosco, se serve e quando serve».

Come ci si veste per resistere a lungo in costante azione e attesa? «Anfibi meglio se da paracadutista, aderenti al piede e alla caviglia. Leggeri ma solidi. Le caviglie per un paracadutista sono il punto debole, il tallone d’Achille. Sono anfibi che diventano personali, una volta indossati. Nessun altro li può indossare, perché prendono la forma dei piedi e delle caviglie del primo paracadutista che li ha calzati. E una divisa tattica, funzionale».

Il corpo

Il corpo è un accessorio. Manutenuto vicendevolmente fra compagni di missione, con i mezzi a disposizione: il fuoco, le lame o gli attrezzi da guerra utilizzati per estrarre pallottole o schegge.

Lo Sciacallo tocca una parte di un arto e fa notare una particolarità. Solo con le parole. Non mostra alcunché. Indossa un capo a manica lunga e pantaloni ampi con le tasche laterali. Probabilmente veste in questo modo anche in piena estate. Le mani sono libere e senza tatuaggi. Il resto è rigorosamente protetto dal tessuto degli indumenti.

A ogni movimento dello Sciacallo si intuisce la prestanza fisica, la tonicità dei muscoli dorsali e del trapezio, dei bicipiti e dei tricipiti. Potenza e agilità.

Il corpo è una macchina da guerra, comandata da una centralina programmata razionalmente in funzione dello scopo. Senza emozione.

Ha molte cicatrici sul corpo. Le dichiara nel corso dell’intervista, ma non le descrive. Nessun particolare. Scivola nel racconto dell’estrazione di una scheggia che si è portata via una parte di un muscolo, da qualche parte del corpo. Fa riferimento all’utilizzo del fuoco per accelerare la cicatrizzazione, per rientrare quasi immediatamente nei ranghi della copertura degli omissis.

«Le cicatrici indelebili sono quelle che non si vedono», gli ha detto qualcuno a lui sentimentalmente vicino per un tratto della vita.

Organizzazione del lavoro

Gli uomini e il lavoro da condurre in terra d’Angola hanno un obiettivo preciso: annullare il signore della guerra.

Quanto è durata la missione? «Due mesi circa. Nella prima parte della missione la squadra si è occupata della raccolta di informazioni. Il punto di osservazione e di allarme ha raccolto informazioni sui turni di guardia, sull’organizzazione delle ronde di controllo a tutela del signore della guerra. Era importante anche identificare le persone di guardia, cioè conoscerle attraverso le loro abitudini. C’era chi era molto attento, sempre presente e all’erta, e chi allentava l’attenzione per fumare, spostarsi oppure per altri motivi. I comportamenti si ripetono».

Silenzio.

Gli esseri umani sono prevedibili e noiosi. Lo dicono gli occhi dello Sciacallo, in un lampo di freddezza calcolatrice.

Il militare continua: «La prima parte dell’azione l’abbiamo dedicata al punto di osservazione e allarme. Poi abbiamo tracciato cronologicamente la sequenza delle abitudini e definito le finestre temporali che ci permettevano di entrare in azione, cioè di entrare nel recinto e cominciare a minare il terreno. Abbiamo minato il traliccio del radar, che serviva a intercettare missili oppure velivoli. Abbiamo collocato esplosivi per far saltare il deposito di armi e il serbatoio di carburante. Entravamo ogni giorno nel recinto nella finestra temporale in cui l’attenzione della guardia di turno veniva meno. Ingressi calcolati e di grande precisione».

I compagni di squadra come comunicavano tra di loro? «Ci disperdevamo nel bosco. Ciascuno per sé. Sopravvivenza in autonomia. Ogni giorno ci incontravamo per il briefing, a un’ora prestabilita, per venti minuti».

Come avveniva l’incontro e, fisicamente, come si posizionava il gruppo? «In cerchio, in ginocchio. Per la precisione: un ginocchio su e un ginocchio giù».

Lo Sciacallo si alza e si inginocchia sul pavimento: un ginocchio a terra e uno in alto, con angoli di novanta gradi. Una posizione che permette al gruppo di avere una visione panoramica dell’ambiente circostante e di scattare per sfuggire a qualcosa o a qualcuno.

Si fumava? Stupore stemperato in una pausa e occhio fisso: è questa la prima risposta. «Io non fumavo durante le missioni. Uno di noi fumava. Scavava una buca davanti a sé e teneva la sigaretta in basso. La brace di una sigaretta è visibile a chilometri di distanza in un bosco».

Sigarette acquistate oppure tabacco arrotolato? «Sigarette normali, acquistate e portate nello zaino».

Con stagnola e pacchetto da smaltire. Questa volta l’ironia di un sorriso trattenuto va alla disperata ricerca di un varco verso la risata crassa. E di nuovo interviene la sedazione della censura. «Portavamo con noi i nostri rifiuti. Non potevamo lasciare tracce. Le tracce identificano. Le tracce accompagnano verso la preda. Non potevamo e non dovevamo diventare prede. Le nostre azioni e le nostre modalità erano tutte calcolate e previste. In una missione non c’è la casualità. Non c’è la fortuna. Solo la previsione, il calcolo, un piano da seguire con precisione».

Per non lasciare tracce, come ci si sposta nel bosco? «Con lenta discrezione e con la massima attenzione. Il bosco aiuta perché la visibilità non è ad ampio raggio come nel deserto. Ma il bosco è anche infido. Bisogna prestare attenzione ai dettagli sonori e visivi».

Azione lampo

Il racconto della preparazione alla missione è preciso e magmatico. Inarrestabile, un fiume in esondazione. Registratore e appunti sono una combinazione ineludibile.

«L’azione è un imprevisto non calcolabile per i quattrocento guardiani che alloggiano nelle baracche a protezione dell’alloggio del signore della guerra. Conoscevamo anche le abitudini del bersaglio. Usciva tre volte alla settimana. Lo faceva schematicamente. Stava via qualche ora. Se ne andava su un fuoristrada Toyota, con una colonna di mezzi: tre pick-up davanti e uno dietro. In macchina c’erano due persone sedute davanti e lui era seduto dietro. Quando lui non c’era, la protezione del posto si allentava. Calava la tensione. E l’assenza ci permetteva di infiltrarci per circa undici minuti. Si allargavano le maglie dell’attenzione. Andava via di giorno e di notte: noi ci infiltravamo soprattutto di notte. Abbiamo collocato l’esplosivo nei punti strategici in questo modo. Prima di occuparci di lui, abbiamo preparato il terreno.

Noi potevamo organizzare l’agguato solo in presenza di alcune guardie ben identificate, quelle con il livello di attenzione meno serrato, che permettevano una finestra temporale più ampia, senza impedimenti.

Abbiamo fatto coincidere l’inizio dell’azione con il momento in cui è uscito all’aperto. Non era possibile andare a stanarlo.

Due cecchini di noi si posizionano in vista ottica uno rispetto all’altro. Aspettano che la linea di tiro diventi pulita. Colpisce chi per primo ha la linea di tiro libera, cioè senza impedimenti nel mezzo.

L’incursione è stata un’onda travolgente, che ha spazzato via tutto. Due di noi sono rimasti lì».

Silenzio.

«Li ho visti. Sono rimasti lì. Sono morti in azione». Pausa. Sguardo basso. Timbro di voce gutturale.

«L’effetto sorpresa ha diffuso il panico. Non si aspettavano un’azione del genere. Si può prevedere un attacco massiccio con grandi mezzi da guerra.

Poche persone non fanno rumore, ma fanno più danni di un carro armato. Abbiamo creato diversivi per indurre a credere che gli attacchi provenissero da punti diversi rispetto a quelli effettivi. All’interno dell’area regnava il caos totale.

Non c’è malattia che si trasmetta più velocemente del panico. Uscivano dalle baracche sciami di persone. Sembravano impazziti, in preda al panico. Mentre noi continuavamo nell’opera di distruzione e nell’innesco degli esplosivi che avevamo piazzato».

Il ritorno

«Siamo arrivati da sud e ce ne siamo andati da nord». Una traiettoria inaspettata per il gruppo di guardie del signore della guerra.

Il gruppo conosceva molto bene il territorio circostante, soprattutto i primi chilometri. Dopo si sono dispersi nella boscaglia.

«Come dicevo, nel bosco ci si muove lentamente e con circospezione. Dopo i primi chilometri è fondamentale la capacità di orientamento. L’elicottero è arrivato quindici giorni dopo l’azione. Due li ho visti durante l’operazione. Altri due non si sono presentati».

Forse dispersi? Silenzio ieratico. «Non so. Non credo».

«Sull’elicottero ci siamo ritrovati in tre. Il Lord, Caramella ed io».

«Ogni volta che perdi un pezzo è come se il tuo corpo si lacerasse, come se fosse violentato. Dura fino alla prossima missione, che azzera tutto di nuovo». È un pensiero affidato a uno dei pizzini consegnati prima dell’intervista. Una testimonianza al cospetto del giudizio di se stesso. E del Lord.

«Il ritorno alla vita civile per noi è stato difficile», confida lo Sciacallo.

Difficile comprendere una storia di vita e di lavoro ad alto voltaggio, se non vissuta direttamente. Il rischio è l’esaltazione o lo stigma.

È facile giudicare. Il giudizio appiattisce le storie di vita e di lavoro, le rapina delle motivazioni profonde. Cioè dei vissuti precedenti che hanno imposto le esperienze estreme.

Francesca Dallatana

In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it 

Foto copertina: immagina generata dall’AI

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