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Di Maio: L’uomo del gas

da | Nov 16, 2022 | Attualità

Come direbbe la Sora Lella: “Annamo bene, proprio bene”, ma in realtà non andiamo per nulla bene.

Nelle nostre città di un tempo, c’era la figura del dipendente comunale che passava, casa per casa a controllare il gas, l’acqua e c’era poi il famoso arrotino che, passando nelle vie del paese, strillava: “Donne è arrivato l’arrotino”.

No, non è nostalgia di un tempo che fu, semmai queste figure sono tramontante con l’avvento della tecnologia, ma quel che si è perso di più, è il contatto tra l’azione del pubblico e il servizio al cittadino.

In questi tempi ha fatto molto “strillare” la notizia del salto di qualità di Lugi Di Maio che, dalle bevande gassose del San Paolo di Napoli, potrebbe essere nominato l’uomo del gas per l’Europa.

La parabola decadente del ragazzo di Pomigliano trova una lode in un’impensabile capacità camaleontica di vecchio stampo democristiano, che avevamo dimenticato.

Ormai lui, fresco di benedizione direttamente dal “Messia”, è entrato nell’ establishment di quelli che contano con un curriculum davvero impressionate, soprattutto per l’impietoso uso della lingua italiana.

Non è nostra intenzione che si pensi, vogliamo attaccare un personaggio politico venuto democraticamente dal popolo, ma essere investito di un impegno che lo farebbe diventare un “oligarca tecnocratico” e, ci permetta, senza il minimo sindacale di cultura, ci pare cozzi con gli albori del suo: “uno vale uno” e ci preoccupa.

Il dibattito su questa investitura è proprio il caso di dirlo, si è scatenato dopo l’annuncio pubblico che “Giggino” con la benedizione di Draghi, è in lizza, assieme a: Dimitris Avramopoulos (ex ministro ed ex commissario europeo), il cipriota Markos Kiprianou (ex ministro degli Esteri) e infine un ex ministro degli esteri slovacco, per l’incarico, niente popò di meno che: di Inviato Speciale Ue per la Regione del Golfo Persico.

La candidatura italiana è maturata negli ultimi giorni di vita del governo Draghi e, fonti europee, sostengono che parrebbe quella più accreditata, a noi pare più il riciclo del trombato. 

Anche perché qualsiasi studente, non lui che ormai non è più un “qualunque”, sa bene che la rappresentanza estera, la fanno gli Stati, non certo i commissari di Bruxelles.

Francamente, tutta questa capacità politica si fatica a trovarla nel corso della sua ascesa/discesa arrivata ai giorni nostri, ma forse siamo noi che non siamo riusciti a vederla.

Quello che invece ci sembra chiaro è che, questa “transizione a tutto gas” del prodigio del “San Paolo” non sia proprio un fuoriclasse alla Maradona, ma più una “dragonata” europeista, in stile Gattopardo, nella quale “tutto cambi perché nulla cambi”. 

Giggino, colui che parte dal M5s per andare con il “partito di bibbiano”, passando poi a fondarne uno suo per suicidarsi politicamente, che aveva proposto il “firma day” per uscire dall’euro nel 2014 e non contento nel 2018 diceva: “tra sei mesi questa Europa è finita”, ma cosa abbiamo fatto di tanto grave noi italiani per meritarci ancora una volta: “Whatever it takes”?

Andrea Caldart

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