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“GUERRA E PACE AL TEMPO DI PUTIN”, di Marco Bertolini e Giuseppe Ghini

Conversazione col Generale Bertolini.

È dal 24 febbraio scorso che la quotidianità degli italiani, ancora alle prese con i postumi della pandemia da covid 19 (sebbene sia terminato lo stato di emergenza, protrattosi fino al 31 marzo 2022), viene accompagnata dalle notizie che giungono dal fronte orientale europeo.

Nella prima mattinata di quel giorno, Putin annuncia un’operazione militare speciale nel Donbass, ordinando alle truppe armate russe di invadere l’Ucraina. Le avvisaglie della crisi russo-ucraina vanno però ricercate in uno scontro politico, militare e diplomatico, iniziato già dal febbraio del 2014.

Per meglio comprendere il complesso contesto internazionale da cui è scaturito il conflitto bellico tra Ucraina e Federazione Russa, un prezioso ausilio può essere offerto dal volume “Guerra e pace al tempo di Putin – Genesi del conflitto ucraino e nuovi equilibri internazionali” (casa editrice Cantagalli, euro 20) e in commercio dal 16 maggio di quest’anno.

L’opera letteraria, scritta a due mani dal Generale Marco Bertolini e dal professor Giuseppe Ghini, docente universitario di Slavistica, tende a superare il racconto artefatto, spesso propinatoci da chi poco sa di geopolitica, di relazioni internazionali e di conflitti armati.

Il volume, senza risultare pesante per il lettore, individua ed espone “le cause remote e recenti di questo conflitto, i motivi storici, culturali, politici e militari”, come è riportato nella quarta di copertina.

Uno scontro che, stando così le cose, si protrarrà per lungo tempo e che non fa altro che confermare il monito del Papa: “Oggi si può parlare di una terza guerra mondiale combattuta a pezzi, con crimini, massacri e distruzioni”. 

L’auspicio è che il conflitto non si allarghi ulteriormente, con il coinvolgimento di altri Stati, non solo europei.

Ho rivolto alcune domande al Generale Bertolini sul conflitto in Ucraina.

Può parlarci del suo libro “Guerra e pace al tempo di Putin”? Com’è nato, quando e perché, insieme a Giuseppe Ghini, avete pensato di scrivere sull’argomento?

Il libro è nato da una proposta dell’editore, David Cantagalli, che si è messo in contatto con me e col Prof. Ghini per la realizzazione di un “istant book” nelle primissime fasi della guerra. 

Ovviamente, trattandosi di un libro incentrato su una situazione in divenire e non su un evento già concluso, rappresentava una bella sfida. Sarebbe stato azzardato prodursi in previsioni che potevano essere smentite sul campo, infatti, anche se a mio avviso erano piuttosto chiare le ragioni ed il percorso che avevano portato alla crisi. 

Per questo, più che sulla situazione sul terreno, mi sono concentrato sulla sequenza di avvenimenti che hanno portato la Russia ad intervenire per reagire ad una situazione che percepisce come vitale, mettendo a rischio la sua stessa appartenenza all’Europa. 

Ritengo, infatti, che la Russia stia difendendo da molti anni la sua appartenenza al Vecchio Continente dal quale verrebbe estromessa se perdesse il controllo del Mar Nero e quindi l’accessibilità stessa al Mediterraneo, grazie alla sua flotta basata a Sebastopoli in Crimea, ma soprattutto se si trovasse alle porte di casa la Nato in Ucraina, percepita per ragioni che oggi appaiono ovvie come ostile nei suoi confronti. 

Il Prof. Ghini, da parte sua, ha trattato dell’argomento da un punto di vista culturale e storico, sfruttando la sua grande conoscenza della materia quale professore di slavistica presso l’Università di Urbino. 

Oltre ad una prefazione dell’editore stesso, ha completato il libro un saggio del prof. 

Leonardo Allodi, dell’Università di Bologna, sugli aspetti più specificatamente riferiti al ruolo dell’Europa in questo conflitto che la dovrebbe preoccupare più di quanto non sembri che faccia. 

Non c’è dubbio, infatti, che con questa guerra tra due Stati europei, e inequivocabilmente gestita da una potenza extraeuropea come gli Stati Uniti, l’Unione Europea dimostra tutta la sua inconsistenza politica e, direi, soprattutto spirituale.

A che punto è il conflitto in Ucraina?

Credo che si debbano distinguere tre campi differenti: quello tattico, sul terreno, quello strategico e quello politico.

Da un punto di vista tattico direi che dobbiamo parlare di quattro fasi differenti: c’è stata una prima fase, dagli esiti negativi per Mosca, nella quale la Russia si proponeva obiettivi di carattere essenzialmente politico con particolare riferimento alla sostituzione del regime di Zelensky con uno a lei favorevole, mediante un’azione militare con obiettivi territoriali limitati e condotta da forze conseguentemente ridotte; è seguita una seconda fase nella quale sempre con le stesse forze limitate la Russia ha conquistato una larga parte di territorio ucraino, dal Donbass a Cherson, passando per Mariupol, ma senza per questo riuscire a portare al tavolo dei negoziati il proprio avversario, rimpinzato da importanti aiuti militari occidentali; abbiamo poi assistito ad una terza fase con la quale gli Ucraini sono passati alla controffensiva rioccupando l’Oblast di Karkiv, senza però interrompere l’offensiva russa nell’oblast di Donetsk dove assistiamo a combattimenti feroci sulle linee ucraine fortificate a partire dal 2014; con l’abbandono da parte dei Russi della parte dell’Oblast di Cherson sulla sponda ovest del Dniepr è iniziata una quarta fase che vede i Russi in difensiva a sud, presumibilmente in attesa che siano disponibili le riserve richiamate con la mobilitazione parziale decretata da qualche mese. 

Cosa Mosca deciderà di fare con queste non è dato sapere, anche se pare credibile che possa spingere l’offensiva da Donetsk verso il confine amministrativo dell’oblast, completando la conquista degli obiettivi che aveva dichiarato.

Certamente, con la terza fase gli Ucraini hanno dato prova di una notevole capacità di resistenza, fino al punto di costringere i Russi a rinunciare ad una città importante come Cherson. 

Ma resta il controllo da parte russa di larga parte delle aree che aveva dichiarato come proprio obiettivo militare all’inizio dell’operazione (a meno di un terzo circa dell’oblast di Donetsk), con l’aggiunta di gran parte dell’Oblast di Zaporizhzhia, mentre Mosca è passata ad una campagna di interventi missilistici ed aerei contro i gangli energetici ucraini che stanno mettendo a dura prova la popolazione. 

Insomma, da un punto di vista tattico la situazione pare in controllo di Mosca anche se le prospettive di una fine a breve del conflitto paiono allontanarsi.

Da un punto di vista strategico, invece, Mosca è in difficoltà. Ai problemi nel Mar Nero si aggiungono quelli nel Baltico, dove Svezia e Finlandia starebbero per passare, armi e bagagli, dal campo neutrale a quello Nato. 

Così facendo, oltre alla flotta del Mar Nero entrerebbe in crisi quella del Baltico, rinchiusa a Kaliningrad in quello che starebbe diventando un Mare Nato. 

Un mare nel quale la Russia ha anche subito il taglio dei gasdotti Nord Stream 1 e 2 con i quali manteneva un significativo collegamento commerciale con la Germania e l’Europa occidentale. La perdita a tempo indeterminato – ma comunque a lungo – di questo collegamento spinge quindi Mosca a rivolgersi anche da un punto di vista commerciale verso est, dove anche i suoi possibili partners sono sotto pressione. 

Oltre alla Siria, faccio riferimento all’Iran, interessato da una strana ma “tempestiva” crisi sociale, al Caucaso dove la pressione dell’Arzebaidjan contro l’Armenia si torna a far sentire, al Kazakstan che già a gennaio di quest’anno aveva richiesto e ottenuto l’intervento russo per avere la meglio di disordini esplosi contemporaneamente in tutto il suo immenso territorio. 

Fino all’estremo oriente, dove la questione di Taiwan interessa un partner importante per la Russia come la Cina.

Insomma, da un punto di vista strategico, la Russia si trova al centro di un’area di instabilità che affligge tutto il continente euroasiatico e che non può non preoccuparla seriamente. 

Infine, credo che non si possa non gettare uno sguardo anche al campo politico, laddove la Russia esclusa dall’Europa si è comunque confermata al centro di una alleanza economico-commerciale come il BRICS che pare crescere in fretta, coagulando sforzi e frustrazioni di importanti paesi e insidiando le posizioni di vantaggio dell’occidente. 

Per quanto attiene a quest’ultimo, si segnalano sempre maggiori malumori da parte di molti paesi per il regime di sanzioni imposto a Mosca, senza alcuno scrupolo nell’evitare conseguenze altrettanto se non più pesanti per le nostre asfittiche economie. 

Insomma, da un punto di vista politico la partita pare ancora aperta a sviluppi imprevedibili.

Certamente, la situazione per noi occidentali non migliorerà, chiunque esca vincitore dallo scontro in Ucraina.

Come giudica il posizionamento italiano dell’Esecutivo da poco insediatosi? Cosa è cambiato – ammesso che sia cambiato qualcosa – rispetto al Governo Draghi?

Credo che non sia cambiato molto da questo punto di vista. Ma su questo non ho nulla da eccepire in linea di principio, prima di tutto perché mi rendo conto delle difficoltà di un governo che deve far fronte ad una ostilità generalizzata, venendo richiesto ad ogni piè sospinto di fare professione di omologazione al pensiero obbligatorio corrente pur di sopravvivere; ma ritengo anche che sia giusto che in politica estera vi sia una continuità tra governi differenti, dando per scontato che siano tutti concentrati sugli interessi nazionali. 

Cosa quest’ultima che sembra però smentita in più di un’occasione da rappresentanti della nostra politica attratti irresistibilmente e palesemente da istanze che hanno in Parigi e nella Washinghton democratica il loro punto di origine.

Detto questo, non posso però non auspicare che con il progressivo rafforzamento del governo di centro destra si presti più attenzione ai nostri interessi nazionali, proprio partendo dalla considerazione con la quale ho concluso la risposta precedente: la situazione italiana ed europea non tornerà mai più ai livelli di quella dell’anteguerra, ed è anzi suscettibile di ulteriori peggioramenti sotto il profilo economico, energetico e della sicurezza. 

Per questo è necessario passare dalla logica di una guerra che qualche esagitato vorrebbe concludere ad oltranza con un vinto e un vincitore, ad una guerra che finisca con un negoziato, che salvaguardi quanto possibile della dignità e degli interessi di entrambi i contendenti. 

E della nostra economia. Questo richiederebbe uno sforzo diplomatico importante da parte dell’UE ed anche da parte dell’Italia, interrompendo quella continua chiamata alle armi retorica contro la Russia che scava un solco sempre più profondo nel nostro continente, prodromico ad una nuova Cortina di Ferro che certamente non farà bene alle generazioni europee che ci seguiranno.

Fonti di questi giorni ci informano di una preoccupazione montante, da parte dei Paesi membri della Nato, riguardo ai rifornimenti di armi all’Ucraina. Sembra che due terzi degli Stati aderenti all’Alleanza Atlantica siano a corto di armamenti da inviare a Zelensky, che non ha mai perso occasione di richiederle. Nei nove mesi di operazioni belliche, la Nato ha fornito 40 miliardi di dollari all’esercito ucraino. Vuole commentare la notizia?

Non sono in grado di confermare né di confutare questi dati. Posso comunque affermare che certamente le Forze Armate italiane stanno pagando i frutti di decenni di disinteresse per la nostra Difesa da parte delle classi dirigenti che si sono alternate al governo del nostro Paese. 

In altre parole, ritengo che la cessione di armamenti nostri ad altri paesi, proprio nel momento nel quale riaffiorano minacce alla nostra sicurezza che ingenuamente si ritenevano incredibili o addirittura anacronistiche non sia possibile. 

Le armi, i mezzi e le munizioni sono risorse di altissimo costo finanziario e di difficile reperimento, soprattutto nei periodi di crisi militare; e sono soprattutto risorse fondamentali per un paese che voglia essere sovrano e sicuro nei suoi confini internazionali, anche alla luce di precedenti esperienze nelle quali si è confermato che la retorica e brandita solidarietà internazionale ed europea è una illusione. 

Faccio riferimento alla guerra in Libia, dove paesi alleati come Francia, UK e Usa hanno fatto guerra ad un paese nostro amico, prescindendo dai nostri interessi e anzi vanificando molte prospettive di miglioramento economico per noi e per la Libia stessa. 

Un’azione sciagurata che ha gettato nel caos un nostro importante vicino, interrompendone una lunga marcia di avvicinamento all’occidente e innescando quel problema dell’immigrazione di fronte al quale veniamo ancora lasciati soli.

Insomma, inutile illudersi: i nostri interessi li possiamo tutelare solo noi.

Le sanzioni economiche e i caduti nel conflitto: come stanno condizionando – questi due fattori – l’evolversi dello scenario nell’Est Europa?

Credo che si tratti di due problemi diversi. Le sanzioni interessano un po’ tutti i paesi europei, mettendoli di fronte ad una crisi economica che non verrà risolta sostituendo la dipendenza dal gas russo con la dipendenza dal gas americano. A vedere i costi, affermerei anzi il contrario. 

Per questo, si registrano crescenti malumori da parte dei paesi che si cominciano a rendere conto che la guerra probabilmente sarà una questione di lungo periodo, capace di proiettare i suoi effetti negativi su un arco di tempo generazionale. 

Ciò non toglie che l’ostilità per la Russia da parte di alcuni paesi dell’Europa Orientale, primi tra tutti la Polonia e i Baltici, rimanga sempre altissima, rendendo problematica una “pacificazione” difficilissima. 

Ma su quest’aspetto noi Italiani non possiamo insegnare niente a nessuno.

I Caduti, invece, sono un problema soprattutto ucraino e russo, anche se è certo che non siano solo ucraini e russi i combattenti impegnati in Ucraina.

Certamente, quindi, sia l’Ucraina che la Russia stanno pagando un grave prezzo in termini di sangue e questo non potrà che portare altre ragioni ad una ostilità che già affonda le radici nella storia del ‘900, con la tragedia dell’Holomodor negli anni Trenta, la successiva Seconda guerra mondiale e i settant’anni di oppressione comunista. 

Per ricucire ferite come queste e per evitare la suppurazione di quelle che i due contendenti si stanno infliggendo ora ci sarebbe bisogno di capacità diplomatiche che l’Europa e l’Italia avevano, ma che da troppi anni sembrano scomparse, assieme al desiderio di giocare un ruolo indipendente nel contesto globale.

Matteo Pio Impagnatiello

In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it

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