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Le città ci spiano

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Dall’Università ai Digital Twin, passando per l’intelligenza artificiale: stiamo costruendo l’infrastruttura della sorveglianza del futuro?

Ci sono domande che il giornalismo ha il dovere di porre, anche quando le risposte non sono ancora definitive. Anzi, soprattutto in quei casi. Perché il compito dell’informazione non è alimentare paure o costruire teorie, ma osservare ciò che sta accadendo, collegare i fatti documentati e chiedere conto delle conseguenze che potrebbero derivarne.

È proprio questo il punto da cui prende forma questo articolo dopo aver analizzando decine di documenti pubblici dell’Università di Firenze, del Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione, del MICC, dei progetti finanziati negli ultimi anni, delle piattaforme dedicate alle smart city, delle collaborazioni industriali e dei documenti del Garante della Privacy.

La prima precisazione è doverosa. Dalle fonti pubbliche esaminate non risulta dimostrato che oggi l’Università di Firenze utilizzi sistemi di riconoscimento facciale per controllare studenti, docenti o cittadini. Sarebbe scorretto affermarlo e il report stesso distingue con chiarezza ciò che è documentato da ciò che, allo stato attuale, rimane un’ipotesi o una domanda aperta.

Ma è proprio ciò che risulta documentato a meritare una riflessione molto più ampia.

Per anni abbiamo considerato il riconoscimento facciale, la computer vision, la re-identificazione delle persone o i digital twin come argomenti confinati ai laboratori di ricerca. Tecnologie avanzate, certo, ma lontane dalla vita quotidiana. Oggi, invece, il confine tra ricerca scientifica e applicazione concreta appare sempre più sottile.

Nei documenti pubblici consultati emergono progetti dedicati al riconoscimento facciale, alla capacità di seguire una persona attraverso telecamere differenti, all’analisi automatica dei comportamenti, alla profilazione demografica, all’analisi delle emozioni, al controllo intelligente degli accessi e alla costruzione di modelli digitali delle città attraverso l’integrazione di dati provenienti da sensori, traffico, mobilità e reti urbane.

Presi uno alla volta, questi progetti potrebbero avere delle finalità perfettamente legittime. Infatti, la ricerca scientifica serve proprio a sviluppare nuove tecnologie, molte delle quali trovano applicazioni utili nella medicina, nella sicurezza, nella gestione delle emergenze o nell’organizzazione delle città.

Il punto, però, non è il singolo progetto, il punto è l’insieme.

Perché la storia dell’innovazione ci insegna che una tecnologia raramente rimane confinata al laboratorio. Viene sperimentata, perfezionata, trasferita all’industria, testata sul campo e, se funziona, entra lentamente nella normalità. È un processo naturale, che riguarda qualunque settore tecnologico.

La domanda diventa allora inevitabile: cosa succede quando tutte queste tecnologie vengono integrate fra loro?

Immaginiamo, per un momento, un sistema capace di riconoscere un volto, seguirlo mentre attraversa un edificio, ritrovarlo in un’altra telecamera anche senza identificarne il nome, analizzarne i movimenti, stimarne l’età o il genere, collegare queste informazioni ai flussi della città e inserirle all’interno di un modello digitale che rappresenta in tempo reale ciò che accade nello spazio urbano.

Nessun singolo elemento, preso isolatamente, costituisce una forma di sorveglianza totale, ma è l’integrazione di tutti questi strumenti che potrebbe creare qualcosa di radicalmente diverso.

È proprio questo il concetto che emerge leggendo il report: il rischio sistemico non nasce dalla singola telecamera o dal singolo algoritmo, bensì dalla possibilità che strumenti sviluppati per finalità differenti vengano un giorno collegati all’interno della stessa infrastruttura.

Non è più solo un’ipotesi remota.

Lo stesso Garante per la Protezione dei Dati Personali, parlando delle smart city, richiama il rischio che sensori diffusi, sistemi di videosorveglianza intelligente, geolocalizzazione e riconoscimento facciale possano trasformare gli spazi urbani in ambienti nei quali la raccolta dei dati personali diventa continua e quasi invisibile.

Ed è proprio questa invisibilità a rappresentare il vero cambiamento.

I grandi sistemi di controllo del passato erano evidenti. C’erano posti di blocco, documenti da esibire, persone incaricate di controllare altre persone.

Le tecnologie digitali funzionano in modo completamente diverso.

Non fermano necessariamente il cittadino la cosa preoccupante è che lo osservano, lo registrano, lo correlano, lo schedano lo analizzano; lo spiano e, grazie all’utilizzo “familiare”, attraverso l’utilizzo degli smartphone, dei pc, dispositivi domestici, decoder, SmartTv, etc., con l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, imparano a prevedere.

È una trasformazione culturale ancora prima che tecnologica. Progressivamente ci abituiamo all’idea che ogni accesso lasci una traccia, che ogni telecamera possa diventare intelligente, che ogni dispositivo raccolga informazioni e che ogni servizio digitale abbia bisogno di conoscere qualcosa in più su di noi.

Il rischio è che la sorveglianza smetta perfino di essere percepita come tale e diventi semplicemente il funzionamento ordinario della società.

Naturalmente tutto questo non significa che esista oggi un piano occulto per sorvegliare la popolazione, ma nella realtà invece il riconoscimento biometrico si sta espandendo massivamente nelle città di tutto il mondo con l’uso di telecamere intelligenti per l’identificazione di ogni cittadino.

Gli algoritmi di cui sono dotate, non si limitano più solo a raccogliere dati, ma sono in grado di essere utilizzati anche per orientare scelte di acquisti e comportamenti dei cittadini dall’ascolto di tutte le conversazioni private con Chat Control; un vero e proprio controllo di massa.

Infatti, la tecnologia necessaria per costruire sistemi di osservazione sempre più sofisticati esiste già, viene continuamente migliorata e rappresenta uno dei principali settori di investimento nel mondo della ricerca e dell’industria.

Ed è qui che il ruolo del giornalismo diventa fondamentale che non quello di emettere sentenze o di alimentare allarmismi, ma quello di fare domande prima che sia troppo tardi.

Chi decide quali tecnologie passano dalla ricerca all’applicazione quotidiana e con quali limiti vengono imposti? E soprattutto chi controlla i controllori?

Esistono garanzie sufficienti affinché strumenti nati per la sicurezza non vengano utilizzati, domani, per finalità completamente diverse?

La storia della recente pandemenza docet, insegna che le libertà vengono cancellate da un giorno all’altro. Più spesso vengono ridotte poco alla volta, attraverso strumenti che, presi singolarmente, sembrano perfettamente ragionevoli.

È nel ricordo di tutti l’accesso consentito solo dopo il riconoscimento biometrico negli ospedali, tribunali e centri commerciali dove, con la scusa del controllo della temperatura cedevamo i nostri dati, e allora resta centrale una domanda: quali dati venivano raccolti, come venivano utilizzati, per quanto tempo conservati e da chi gestiti?

Forse il vero pericolo non è la tecnologia, ma il vero pericolo è la nostra assuefazione.

Quando ci accorgeremo di aver oltrepassato il confine, avremo ancora la libertà di tornare indietro? Oppure sarà proprio quella libertà la prima cosa che avremo perduto?

Andrea Caldart

Foto copertina: immagini generata dall’AI

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