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Quattro anni di silenzio e ora Ippolito parla? Troppo tardi

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A distanza di quattro anni, e solo dopo che la polvere si è abbassata, il professor Giuseppe Ippolito, figura di spicco dell’infettivologia italiana e all’epoca membro di primo piano del Comitato Tecnico Scientifico, ha deciso di svelare un retroscena che pesa come un macigno: “Speranza e Conte ignoravano le decisioni della Task Force del Ministero della Salute”.

Parole pesanti, sì. Ma anche tardive. Perché non pronunciarle allora, quando quelle scelte si stavano prendendo? Perché il silenzio, quando la vita di milioni di italiani veniva stravolta da decisioni calate dall’alto, spesso prive di trasparenza e, oggi lo possiamo dire, anche di logica sanitaria?

La sensazione è chiara: si è voluto “salvare la pelle” e proteggere un sistema politico-mediatico che, in quegli anni, si muoveva come un monolite compatto intorno alla narrativa ufficiale. Una narrativa dove la “puntura sacra” era spacciata come scudo infallibile, mentre oggi sappiamo che non fermava il contagio e, per molti, non era nemmeno sicura. Gli effetti avversi, le morti improvvise, i giovani stroncati da cause inspiegabili: storie che fino a ieri erano bollate come “bufale” e che oggi entrano nelle statistiche ufficiali.

Ippolito ha inoltre ammesso che non esisteva alcun atto formale per l’istituzione della Task Force e che mancavano persino dati precisi su dispositivi e scorte: “Nessuno sapeva quante mascherine ci fossero, nonostante il Ministero disponesse di un flusso costante di dati”.

E mentre Ippolito parla, le famiglie delle vittime quali: Comitato l’altra Verità, Comitato Liberi Pensatori, Associazione Arbitrium PSG, Le verità Nascoste, OSA Polizia, Dr. Paolo Schicchi-Medico Chirurgo, Dr. Matteo Testa: “Il Farmacista Libero”, reagiscono con dolore e rabbia e in un comunicato congiunto, non usano mezzi termini:

“Le parole dell’ex consigliere del CTS, secondo cui se le vittime fossero rimaste a casa avrebbero avuto esiti migliori, sono inaccettabili. Ci feriscono e minimizzano la gravità di una gestione sanitaria disastrosa. Chiediamo responsabilità, scuse pubbliche e un riconoscimento del dolore subito. Noi non dimenticheremo quella che è stata una vera e propria strage. Vittime di omicidi di Stato.”

Parole che bruciano, ma che raccontano il sentimento di chi è stato tradito due volte: la prima quando ha perso un familiare, la seconda quando le istituzioni hanno scelto la via dell’omertà.

Oggi si invoca “un percorso di verità e giustizia”. Ma la verità non si costruisce con confessioni postume, bensì con il coraggio di parlare quando serve, non quando è ormai sicuro farlo.

La storia di quei mesi va riscritta, sì. Ma prima occorre squarciare la coltre di omertà che ancora avvolge Palazzo Chigi e il Ministero della Salute. Perché senza la verità, quella vera e completa, resteremo prigionieri della stessa bugia che ci ha condotto a una catena di errori, imposizioni e tragedie che potevano, e dovevano, essere evitate.

Le famiglie non vogliono solo sapere “come” è andata, ma “perché” certe scelte sono state fatte. Chiedono atti pubblici, nomi, responsabilità chiare e una magistratura che faccia il suo dovere.

Andrea Caldart

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