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Home Cultura e società Tecnologia I social hanno perso l’anima e noi la voglia di interagire: ritorno alla vita reale

I social hanno perso l’anima e noi la voglia di interagire: ritorno alla vita reale

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Come è cambiato il mondo dei social network negli anni: sempre meno like e sempre più rabbia.

C’è stato un tempo in cui accedere a un social network significava tornare indietro nel tempo o aprire la porta di un bar della propria città. Si incontravano vecchi compagni di scuola, si scambiavano due chiacchiere con l’amico d’infanzia trasferitosi altrove, si condividevano frammenti di vita quotidiana senza troppi filtri. Era l’era del web relazionale, dove la tecnologia accorciava le distanze geografiche per creare vicinanza emotiva.

Oggi, quel luogo si è trasformato in un gigantesco centro commerciale a cielo aperto, illuminato a giorno da luci al neon, dove ognuno ha qualcosa da vendere o mostrare e lo spazio per l’ascolto si è ridotto a zero. I social network hanno completato la loro transizione in “media di intrattenimento”, specchi di un egoismo digitale che sta cambiando profondamente il modo di stare online.

l sintomo più evidente di questa metamorfosi è il fenomeno del “grande silenzio”. Chiunque gestisca una pagina o un profilo aziendale nota un dato schizofrenico: le visualizzazioni – le reach per chi è del mestiere – rimangono stabili o crescono, ma l’engagement – i like, i commenti positivi, le condivisioni spontanee – cioè il coinvolgimento, è in caduta libera.

La spiegazione risiede nella natura stessa dei contenuti che l’algoritmo ci propina. Se ogni post è una performance studiata a tavolino per “mettersi in mostra”, per monetizzare un brand o per ostentare una vita ideale molte volte fittizia, l’utente medio smette di sentirsi parte di una conversazione. Diventa uno spettatore pagante – con il proprio tempo – che osserva una vetrina. Di fronte a una pubblicità o a un atto di vanità, il pollice scorre oltre. Non c’è intimità, non c’è reciprocità: perché dovrei validare con un mio “cuore” la tua strategia di marketing personale?

La nuova parola chiave è “rabbia”

In questo panorama di passività diffusa, c’è un’unica eccezione in cui l’utente comune riprende in mano la tastiera: l’indignazione e la rabbia. Basta fare un giro sotto i post delle grandi testate giornalistiche, sotto i profili dei leader politici o dei personaggi pubblici. Lì, i commenti si contano a migliaia.

Non si tratta però di confronto intellettuale, ma di sfogo puro e semplice, un misto di odio e di frustrazione. Privati della conversazione quotidiana e amichevole, i social sono diventati arene gladiatorie. Si commenta per dare contro a qualcuno, per insultare o per gridare il proprio dissenso. La rabbia è l’unica emozione abbastanza forte da rompere l’apatia dello spettatore digitale. Se non posso connettermi con te, posso almeno scontrarmi con te.

Ritorno al passato?

In questo scenario di stanchezza generalizzata, il mondo virtuale sta vivendo una fase di transizione profonda che ridisegnerà la mappa dei colossi del web. Piattaforme storiche che non sapranno evolversi oltre la logica della pura vetrina commerciale rischiano l’obsolescenza e, sul lungo periodo, la sparizione. La parabola discendente di formati iper-artificiali dimostra che il pubblico è saturo.

Ma se i vecchi social muoiono, dove si sta dirigendo il futuro? La risposta è in un paradosso: la prossima generazione di social di successo sarà quella che ci spingerà a spegnere lo schermo.

L’esempio più lampante di questa controtendenza è il boom delle applicazioni di aggregazione spontanea per incontrarsi in gruppo e condividere esperienze. Gli utenti stanno riscoprendo il valore di usare la tecnologia non per mostrare una vita fittizia a migliaia di sconosciuti, ma per sedersi al tavolo – letteralmente – con cinque o sei persone reali. Ci si iscrive su un’app per organizzare una cena, un viaggio o un evento culturale, con l’unico obiettivo di fare nuove amicizie nella dimensione fisica.

Il cibo, la convivialità e la vicinanza tornano al centro. Il virtuale smette di essere il luogo in cui “vivere” e torna a fare il mestiere per cui era stato progettato: essere uno strumento, un facilitatore di incontri. La vera innovazione tecnologica dei prossimi anni non sarà l’ennesimo filtro di intelligenza artificiale o un mondo virtuale isolante, ma la capacità di rimetterci in contatto con la nostra parte più umana, autentica e analogica.

Questa evoluzione non significa che abbiamo perso il desiderio di socializzare online, ma che abbiamo capito il trucco. Consapevoli che la piazza pubblica è diventata tossica, commerciale e governata da algoritmi spietati, stiamo assistendo a una migrazione di massa verso “l’ombra”. La socialità vera si è spostata nelle applicazioni di messaggistica istantanea, nei canali broadcast privati, nelle micro-community dove non c’è un contatore di like a giudicare il nostro valore.

La parabola, a mio modo di vedere, dei social network ci lascia una grande lezione: la connessionebatte l’esibizione. E quando la tecnologia confonde le due cose, l’essere umano, semplicemente, si spegne e si sposta altrove.

Francesca Caggiati

In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it

Foto copertina: immagine generata dall’AI

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