C’è una data che continua a pesare sulla memoria della Bergamasca. È il 23 febbraio 2020, quando i primi casi all’ospedale di Alzano Lombardo avrebbero dovuto imporre una decisione immediata. Una data che, a distanza di oltre sei anni, torna al centro di una vicenda che non riguarda soltanto la gestione di un’emergenza sanitaria, ma anche il rapporto tra le istituzioni, le responsabilità pubbliche e il diritto dei cittadini a conoscere la verità.
L’audizione dell’ex ministro della Salute Roberto Speranza, svoltasi il 26 ottobre davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta, riporta in primo piano la contestazione dell’Associazione dei familiari delle vittime del Covid-19 #Sereniesempreuniti. Al centro della denuncia c’è una questione che, per chi ha perso un familiare, non può essere archiviata con il richiamo alle misure adottate successivamente: la mancata istituzione tempestiva della zona rossa a Nembro e Alzano Lombardo.
La contestazione è netta. Secondo l’Associazione, le risposte fornite dall’ex ministro non avrebbero affrontato il punto decisivo, spostando invece l’attenzione sulle date del 5 e 6 marzo 2020. Ma la domanda posta dai commissari riguardava il 23 febbraio, quando il focolaio della Bergamasca avrebbe richiesto un intervento immediato.
È qui che la ricostruzione deve fermarsi, prima di proseguire. Non per mancanza di argomenti, ma perché una data non può essere sostituita da un’altra senza chiarire che cosa sia accaduto nel tempo che le separa.
Speranza ha dichiarato di aver firmato il 5 marzo 2020 il decreto di chiusura predisposto dai tecnici, un provvedimento che non venne poi adottato, con la motivazione di voler estendere le misure a un territorio più ampio. Per i familiari delle vittime, tuttavia, questo passaggio non risponde alla questione originaria: che cosa impedì di isolare Nembro e Alzano Lombardo già il 23 febbraio, come era stato fatto due giorni prima per Lodi, Codogno e Vo’ Euganeo?
Tredici giorni possono sembrare un intervallo breve quando vengono osservati attraverso le date di un calendario. Durante un’epidemia, però, il tempo assume un significato diverso. Ogni ritardo può cambiare la dimensione di un focolaio, la pressione sugli ospedali e le possibilità di proteggere chi ancora non è stato raggiunto dal contagio.
Ecco perché il richiamo alle decisioni successive non può, da solo, chiudere la discussione. Il lockdown nazionale avviato l’8 marzo non supplisce alla mancata instaurazione delle zone rosse locali di febbraio. Soltanto con i decreti del 22 marzo 2020 vennero infatti sospese le attività produttive non essenziali. Ricordare le restrizioni introdotte a livello nazionale significa ricostruire una parte della risposta all’emergenza, ma non spiega perché non si sia intervenuti prima nel territorio che sarebbe stato colpito con particolare durezza.
La mancata zona rossa non basta a spiegare una tragedia
C’è un altro interrogativo che non può essere lasciato ai margini di questa vicenda. Se la mancata istituzione della zona rossa rappresenta uno dei nodi da chiarire, sarebbe riduttivo ricondurre a quella sola decisione una tragedia che impone di esaminare l’intera gestione dell’emergenza sanitaria.
Il piano pandemico nazionale, le sue condizioni di aggiornamento, i protocolli terapeutici adottati, le scelte cliniche negli ospedali e le informazioni comunicate ai cittadini costituiscono altrettanti aspetti sui quali è necessario fare piena luce. Non basta chiedersi perché un territorio non sia stato isolato in tempo: bisogna anche comprendere come siano state affrontate la malattia, la cura dei pazienti e la pressione esercitata sulle strutture sanitarie.
Un tema particolarmente delicato riguarda i vaccini contro il Covid-19. Nell’ottobre 2022, durante l’audizione al Parlamento europeo, Janine Small, dirigente di Pfizer, confermò che il vaccino non era stato sottoposto, prima dell’autorizzazione, a una verifica clinica specificamente finalizzata a dimostrare la prevenzione della trasmissione del virus. Un distinguo che impone di interrogarsi anche sul rapporto tra le evidenze scientifiche disponibili, le comunicazioni pubbliche e le aspettative create nella popolazione.
La questione, dunque, non riguarda soltanto ciò che le istituzioni non fecero prima, ma anche ciò che decisero di fare dopo. È su entrambi questi fronti che occorre ricostruire se ogni decisione sia stata realmente orientata alla tutela della vita.
Le famiglie delle vittime hanno diritto a una ricostruzione completa, che non si fermi alla mancata zona rossa e non lasci fuori dal confronto nessuno degli aspetti rilevanti della gestione pandemica. Perché conoscere le ragioni di un ritardo è indispensabile, ma comprendere come siano state affrontate la malattia e le cure è altrettanto necessario per restituire pieno significato alla ricerca della verità.
La differenza è sostanziale. Una misura adottata quando il contagio si è già esteso non risponde automaticamente alla domanda su ciò che si sarebbe potuto fare quando il focolaio era ancora circoscritto. Confondere questi due momenti significa sovrapporre decisioni diverse, assunte in condizioni differenti, e rischiare di lasciare senza risposta proprio il passaggio sul quale si concentra la richiesta dei familiari.
In Val Seriana, secondo i dati richiamati nella contestazione, si registrarono circa 12.000 morti in un mese e mezzo. Un numero che restituisce la dimensione della tragedia e che rende ancora più urgente comprendere le scelte compiute nelle settimane iniziali.
Le perizie tecniche presentate nell’ambito delle indagini giudiziarie dal microbiologo Andrea Crisanti hanno indicato che l’istituzione tempestiva della zona rossa a fine febbraio avrebbe potuto evitare oltre 4.300 morti. È una stima che rende ancora più pesante la domanda sul ritardo e che, per i familiari, non può essere liquidata richiamando genericamente la successiva chiusura dell’intero Paese.
Quante vite si sarebbero potute salvare se si fosse intervenuti prima? È una domanda che non può trovare risposta in una dichiarazione politica, ma richiede una ricostruzione puntuale dei fatti, delle informazioni disponibili e delle decisioni assunte, o non assunte, in quei giorni.
L’Associazione #Sereniesempreuniti denuncia proprio questo slittamento temporale, interpretandolo come un modo per allontanare il confronto dal momento decisivo. I suoi rappresentanti sostengono che, nella Bergamasca, il diritto alla vita sia stato subordinato ad altri interessi e ricordano che, a distanza di oltre sei anni, le famiglie non avrebbero ancora ricevuto né risposte definitive né scuse formali.
Dietro questa contestazione ci sono persone che continuano a chiedere perché i propri cari non siano stati protetti quando, secondo la loro ricostruzione, sarebbe stato ancora possibile intervenire con maggiore tempestività. Non è una richiesta che possa essere soddisfatta con il semplice elenco dei provvedimenti adottati in seguito. La memoria delle vittime non si esaurisce nel conteggio dei morti, così come la responsabilità pubblica non può essere valutata soltanto attraverso le decisioni prese quando l’emergenza era ormai diventata nazionale.
Il lavoro della Commissione parlamentare d’inchiesta dovrà quindi proseguire affrontando il nodo originario: le ragioni della mancata zona rossa a Nembro e Alzano Lombardo alla fine di febbraio 2020. I successivi interrogatori di Speranza, auspicati dai familiari, dovrebbero contribuire a chiarire le motivazioni di quella scelta senza ulteriori rinvii o ricostruzioni che, secondo l’Associazione, lascino fuori proprio il passaggio più importante.
Perché un Paese non può chiedere alle famiglie di convivere con una perdita senza consentire loro di comprendere fino in fondo ciò che è accaduto. E non può considerare concluso il confronto sulle responsabilità soltanto perché, dopo giorni decisivi, sono state introdotte misure più ampie.
La domanda, dunque, resta quella del 23 febbraio 2020. Perché Nembro e Alzano Lombardo non furono isolate immediatamente?
Finché questo interrogativo non avrà una risposta chiara e documentata, il tempo trascorso non potrà essere considerato una ragione sufficiente per chiudere la vicenda. Per chi ha perso un familiare, sei anni non cancellano quella domanda. La rendono, semmai, ancora più urgente.
Andrea Caldart
Foto copertina: immagine generata dall’AI

