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Intervista a Nino Galloni: Elezioni del 25 settembre, “Le mie priorità per votare tra le forze ANTI SISTEMA”

da | Ago 1, 2022 | Economia

Nino Galloni, economista di fama internazionale, è stato collaboratore del post-keynesiano Federico Caffè dal 1981 al 1987 (anno della scomparsa di Caffè), nella facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Roma. Lo abbiamo intervistato in questa caldissima estate politica.

Lei è stato direttore generale del Ministro del Lavoro (dal 1990 al 2002) alla Cooperazione, dell’Osservatorio sul Mercato del Lavoro, Politiche per l’Occupazione Giovanile e Cassa Integrazione Straordinaria nelle grandi imprese e tanto altro. 

Gli stati europei e i cittadini puntano alla piena occupazione mentre invece l’Europa mira a mantenere l’occupazione bassa così da livellare i salari e far crescere la competizione tra i lavoratori. È così?

In qualche modo sì. Per capire meglio questa dinamica dobbiamo risalire alla spaccatura della scuola keynesiana; tra coloro che sono rimasti fedeli al pensiero keynesiana e che chiameremo post-keynesiani, e coloro che si sono invece avvicinati alla visione neoliberista e che chiameremo neokeynesiani.

Questi ultimi sostenevano che quando la disoccupazione si manifesta in maniera strutturale (a determinati livelli per molti anni), e quindi il sistema nazionale non è in grado di scendere sotto quei livelli, a quel punto l’economia viene trattata come se ci fosse la piena occupazione. 

Questo vuol dire che il pensiero keynesiano coincide con quello monetarista: ossia quando non vi sono fattori produttivi da occupare l’aumento della spesa pubblica in disavanzo determina inflazione. 

Ed era quello che aveva sostenuto Keynes durante la Seconda guerra mondiale quando era responsabile dell’economia inglese. 

In quel momento, con gli uomini in guerra e le donne la fabbrica, c’era la pienissima occupazione e occorreva limitare le emissioni monetarie ovvero il disavanzo per lo Stato. 

Negli anni ’60 dopo l’eccellente esperienza con Kennedy iniziavano ad emergere le teorie neokeynesiane che riscuoteranno successo trovando anche riferimento nel premio Nobel Franco Modigliani. 

Da lì poi si sono sviluppate tutte le teorie sulla base della moneta unica. Esse sostengono che il reddito potenziale di alcuni paesi come l’Italia non sia implementabile con l’immissione di risorse che avrebbero messo in movimento maggior domanda. 

Questi paesi dovevano spingere ad un contenimento dei salari, altrimenti avrebbero generato inflazione e in condizioni di cambi fissi perdita di competitività a così disoccupazione. 

Lei è un grande sostenitore della teoria post-keynesiana con l’intervento dello Stato nell’economia per garantire la redistribuzione della ricchezza, ma oggi con il debito arrivato al 170% del Pil e l’inflazione oltre l’8%. 

Cosa farebbe se domattina fosse il ministro dell’economia finanze?

Come ripeto da decenni la prima cosa da fare sarebbe quella di introdurre una dose di moneta non a debito, perché se lo Stato ha la pretesa di finanziare tutte le sue spese in disavanzo con il debito -e pretendesse poi di pagarlo- alla fine dovrebbe fare i conti con i rendimenti, perché qualsiasi debito è sostenibile se ci sono dei redditi che crescono, mentre qualsiasi debito è insostenibile se ci sono dei redditi che diminuiscono come sta avvenendo. 

L’unica strada sarebbe quella di cancellare il debito. Tuttavia, se un paese cancella il debito va in default, e questo va evitato. 

Io metterei in campo due strumenti: immissione di moneta non a debito dello Stato e utilizzo più intelligente del risparmio privato. In Italia quest’ultimo ammonta a 4 mila miliardi, quindi è molto superiore all’attuale debito pubblico, che sta arrivando ai 3 mila miliardi di euro. 

Il problema della gestione del debito, man mano che i suoi titoli in possesso di creditori che pretendono giustamente di rientrare del capitale iniziale, è che essi vanno verso la scadenza. 

Quindi noi abbiamo una liquidità fluttuante di oltre 2500 miliardi che sono i risparmi degli italiani non già destinati a titoli e quindi al mercato mobiliare diverso dalla loro giacenza in conti correnti e depositi. 

Il piano di salvezza nazionale che con altri economisti proponemmo nel 2020, stabiliva che si possono offrire tassi di interesse convenienti, garanzie di defiscalizzazione degli stessi e la possibilità per i risparmiatori di rientrare in possesso dei loro investimenti. 

A queste condizioni gli italiani avrebbero tutto l’interesse ad acquistare titoli a debito pubblico. Un governo e un ministro dell’economia che vuole gli interessi del paese e non di altre forze, farebbe questo a mio avviso. 

Prof. Galloni, Federico Caffè è stato il formatore di tantissimi economisti illustri del nostro paese come lei, cosa ricorda in particolare di lui? Qual è stato il suo insegnamento principale?

La mia è probabilmente un’esperienza atipica perché io incontrai Federico Caffè dopo aver studiato sui suoi testi per vincere un difficile concorso al Ministero del bilancio e programmazione economica. 

Lui aveva letto il mio libro “Crisi e adattamento; per una politica economica alternativa”, ossia le mie corrispondenze in Italia di quando ero in Inghilterra e Stati Uniti a studiare. 

Mi disse che trovava molto interessanti le mie idee e ottima la mia base economica ma che mancavo di preparazione scolastica. 

Lui era molto disponibile con i suoi allievi, di alcuni si lamentava e si dispiacque quando Mario Draghi lasciò la nostra scuola per Aspettative Razionali. 

Ci sono altri che si sono vantati di essere stati suoi allievi e seguaci ma quando non ha avuto più la stessa importanza accademica e veniva relegato in una stanzetta molti lo hanno dimenticato; io vedevo il suo disagio e mi dispiaceva.

Parliamo di signoraggio queste teorie che sostengono un’attività di emissione e gestione della moneta da parte delle banche centrali. Sarebbero svolte in realtà a danno dei cittadini di uno Stato; come possiamo cambiare la credibilità bancaria di uno stato?

Qui c’è un grande equivoco. Prendiamo una moneta d’oro dei romani. La moneta non era l’oro contenuto nella stessa, ma la differenza tra il valore dell’oro e il valore facciale della moneta garantito dal signore. 

Per diritto di signoraggio si intendeva quanto il signore tratteneva per sé dalla quantità di oro o argento che il cittadino si portava alla zecca e quello si chiamava appunto “signoraggio”. 

Da qui deriva l’uso di considerare come tale tutto ciò che sopravanza il valore del prezzo monetario o della banconota. 

Ovviamente con l’introduzione della banconota noi consideriamo come 0 il valore intrinseco della stessa. La moneta è la differenza tra valore facciale, mettiamo di una banconota da 50 euro e il suo costo di produzione, mettiamo 5 centesimi. 

Il signoraggio sarebbe quindi 49 euro e 95 centesimi. Ora di questo signoraggio si fanno carico e approfittano le banche centrali che lo possono immettere a loro piacimento in base alle loro valutazioni. 

Nel caso della BCE, come disse Draghi: “alla BCE i soldi non finiscono perché li può stampare”. Perciò viene visto come qualcosa di negativo. 

Ancora peggio per quello che riguarda le banche che quando emettono un prestito di fatto accreditandolo sul conto del prenditore, in realtà creano moneta al lordo dei loro costi. 

Questo viene chiamato signoraggio secondario o bancario ed è considerato estremamente negativo. In realtà entrambe le cose hanno significato grandi progressi per l’umanità. 

Se noi torniamo al tempo dei romani che non avevano debito pubblico e moneta cartacea sono falliti per quello, perché non avevano abbastanza oro per tenere su l’economia di tutto l’impero. 

Nel Medioevo ci siamo liberati di questa sudditanza al metallo tramite anche templari e banchieri. 

Anche gli stati si sono appoggiati alle banche centrali per evitare che i sovrani stessi (oggi la classe politica) emettessero troppa moneta non a debito. 

Oggi invece dobbiamo emettere un po’ di moneta non a debito perché un ‘economia interamente fondata su moneta a debito non la possiamo sostenere.

Se andiamo indietro scopriamo che la moneta a debito era sostenibile per via del rendimento dato dagli investimenti e ce ne era per salari e profitti. 

Oggi questo sistema ad esclusiva moneta a debito non funziona più e questo è un grande problema. Se noi togliamo di mezzo o ridimensioniamo la moneta a debito togliamo di mezzo le classi dominanti del pianeta e così loro sollevano le grandi emergenze. 

Lei mi traghetta così direttamente nella prossima domanda. Nel suo saggio “All’ombra delle emergenze” lei affronta la modalità emergenziale del Potere; come possiamo uscire dalla propaganda politica della retorica emergenziale?

Ci sono due strade, una certa e una incerta. Quella certa consiste nel prendere il potere politicamente anche attraverso le elezioni e cambiare le cose tramite soggetti politici degni di questo nome, e tale strada è certa se sono motivati e preparati. Penso a nomi come Moro o Kennedy. 

L’altra è creare comunità autonome o semi autonome che riescano a fare a meno dell’economia a debito e ricreino quelle condizioni economiche sul modello post-capitalistico. 

La sua attività la porta ad essere presente in vari contesti pubblici spesso organizzati anche da varie sigle politiche in Italia e all’estero, anzi, era stato dato anche per futuro assessore al bilancio del comune di Roma a guida Raggi. 

Come vede il voto del 25 settembre? Oggi potremmo pensare ad un Nino Galloni che scende in politica?

Un chiarimento sulla proposta del prof. Galloni come assessore al bilancio nella giunta Raggi: è stata chiesta da molti attivisti M5Stelle i quali mi chiesero se ero disponibile per una cosa del genere e io diedi la mia disponibilità. 

Non se ne fece nulla con scuse meschine, la Raggi non mi voleva. Poi c’è stato il tradimento e la deriva. 

Io non voterò nessuno che non mi dia garanzie su questi tre aspetti che considero fondamentali: nessun’arma all’Ucraina e uscita immediata dalla guerra, un po’ di moneta non a debito per un piano di salvezza nazionale (nessuna riforma è possibile senza questo), una commissione di inchiesta seria e lucida su quanto è accaduto durante la pandemia, soprattutto in tema vaccini e le loro conseguenze. 

Potrei sostenere Paragone per Italexit e Italia Sovrana e Popolare con Toscano, Rizzo e gli altri della coalizione, quindi con il raggiungimento delle firme. 

Per me l’unica vera incognita è se il M5S riuscirà a recuperare la sua credibilità tirando fuori un programma con almeno quei tre pilastri che ho sopra affermato, a quel punto fare massa critica e sfondare Camera e Senato.

Ammesso che non ci facciano votare per via di un’emergenza termonucleare o altri pretesti per non farci andare alle urne. 

Per quanto riguarda una mia candidatura io sarei disponibile sempre sulla scorta di quei tre punti che ho prima illustrato e in uno sforzo di unità e di conciliazione tra forze extraparlamentari. 

Il mio eventuale ruolo, se come frontman o dietro le quinte, non ha importanza. Sarei però più contento di vedere persone giovani che hanno studiato i testi di Caffè e della scuola postkeynesiana e che portano avanti l’eredità culturale della Scuola Economica Italiana, diventare la classe dirigente di domani. 

Giulia Bertotto

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