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Giulio Tarro, medico ricercatore: «Il Covid si cura»

da | Nov 10, 2021 | Attualità

Il percorso della pandemia in Italia secondo il dottor Giulio Tarro, laureato con lode in Medicina e Chirurgia all’Università di Napoli, dove è stato professore di Virologia oncologica. Presidente della Fondazione de Beaumont Bonelli onlus per la ricerca sul cancro.

Fin dall’inizio della pandemia la cura domiciliare imposta è stata quella di “tachipirina e vigile attesa”. Si sarebbero potute evitare complicazioni in molti soggetti con interventi scientifici diversi piuttosto che seguire le “terapie governative”?

«La gestione italiana dell’epidemia da Coronavirus da parte del comitato tecnico scientifico (CTS) è stato un fallimento secondo un editoriale della prestigiosa rivista inglese “Nature”, come riportato nella prima decade di marzo 2021. Siamo arrivati a un tasso di letalità che è legato alla cattiva gestione dell’emergenza, a cure sbagliate, a posti di terapia intensiva tagliati negli anni scorsi. Qui, per usare l’idrossiclorochina, abbiamo dovuto aspettare il Consiglio di Stato. Deve essere chiaro un concetto: il Covid si cura. Già nel marzo 2020 alcuni studi suggerivano l’uso dell’idrossiclorochina all’insorgere dei sintomi ascrivibili come Covid; a rendere popolare questo farmaco è stato certamente Didier Raoult, capo dell’istituto universitario ospedaliero IHU Méditerranée Infection di Marsiglia. Dopo aver guarito innumerevoli pazienti con l’idrossiclorochina e constatato il boicottaggio da parte del mondo accademico nei riguardi di questo farmaco economico, fu costretto a pubblicare su Youtube un suo video che denunciava questa situazione. In una ordinanza il Consiglio di Stato ha obbligato l’Aifa a rimuovere il divieto di prescrivere l’idrossiclorochina per la cura domiciliare dei pazienti Covid. Lo stesso rischio di scompensi cardiaci legati all’assunzione di idrossiclorochina veniva enfatizzato e sbandierato in ogni dove. Come per tutti i farmaci anche l’idrossiclorochina comporta, oltre a benefici, dei rischi. Ma sarebbe bastato analizzare lo stato clinico dei 65mila italiani affetti da artrite reumatoide e lupus (tutti inseriti in un Registro nazionale con codice Icd9 714) che ogni giorno assumono idrossiclorochina, per accertarsi del bassissimo rischio di questo farmaco. Abbiamo visto l’importanza dell’uso degli anticorpi monoclonali per neutralizzare l’infezione da Covid 19, anche in questo campo l’Italia non è stata all’altezza della situazione sul loro impiego, legato a burocrazia ed inefficienza come si era già visto per l’utilizzo della sieroterapia. La Food and Drug Amministration (FDA) ha concesso l’autorizzazione all’uso di emergenza dell’anticorpo monoclonale IgG1 neutralizzante della Lilly (Bamlanirimab), in fase sperimentale per il trattamento Covid 19, in pazienti di età superiore a 12 anni. Il meccanismo di azione consiste nel legarsi alla proteina spike del SARS-CoV2, sbloccando nell’adesione al recettore umano ACE2. La FDA ha rilasciato l’autorizzazione all’uso di emergenza degli anticorpi monoclonali di Regeneron, Casilirimab e Idevimab da somministrare come il Bamlanirimab con lo stesso meccanismo. L’agenzia regolatoria del farmaco britannica (Mhra) ha approvato oggi, in anticipo su chiunque altro in Europa, il Molnupiravir, prima pillola indicata per il trattamento del Covid a essere registrata. La medicina, realizzata e illustrata nelle settimane scorse dal colosso americano Merck Sharp & Dohme in partnership con Ridgeback Biotherapeutics, potrà essere prescritta a chiunque sia testato positivo al Covid e abbia almeno un fattore di rischio legato a un possibile contagio grave come l’obesità, una cardiopatia, il diabete o in genere un’età superiore ai 60 anni. Per la Mhra, il Molnupiravir è un farmaco “sicuro ed efficace”, in grado di ridurre il pericolo di ricovero in ospedale per persone colpite da forme anche moderate di Covid 19 che abbiano parallelamente condizione di rischio extra».

Quali sono le cure alternative ai primi sintomi Covid 19?

«Purtroppo, vi è una nuova variante identificata in Sud Africa, N501Y.V2 (oppure B.1.351). A livello genetico la variante africana ha maggiori cambiamenti di sequenze sia della D614G sia di quella inglese. Questa “variante africana” desta maggiore preoccupazione perché le nuove sequenze genetiche sono più vicine al grimaldello virale, che si lega al recettore ACE2 delle cellule umane per penetrarle e quindi infettarle. Dal momento che la variazione di sequenza del virus risulta vicino alla “chiave” di entrata cellulare, l’anticorpo specifico potrebbe mancare di neutralizzare la componente virale che permette la penetrazione cellulare. Infine, un’altra variante con le stesse proprietà di quella Sud Africana è stata identificata in Brasile, di cui adesso cominciamo a conoscere la diffusione. Finalmente gli antivirali come il Remdesivir hanno trovato spazio, anche se non vi è stata la determinazione dell’uso del diossido di cloro nel trattamento antivirale come nel Centro Sud America. Anche l’effetto della Ivermectina è stato riconosciuto come efficace nella risoluzione dei sintomi tra gli adulti con malattia mite, come il farmaco trovato dagli israeliani. Israele sta sperimentando un farmaco contro il Covid che, alle prime risultanze, si dichiara efficace oltre il 90%. Lo scrive la stampa israeliana. L’Ichilov Medical Center di Tel Aviv ha completato con successo gli studi della fase uno del progetto di ricerca su questo nuovo medicinale, che sta dando risposte molto incoraggianti. Anche la casa farmaceutica americana Pfizer, che produce il vaccino anti-Covid più richiesto, sta saggiando un farmaco da assumere per via orale, un inibitore delle proteasi. Ad annunciarlo in una nota è la stessa casa farmaceutica americana che ha chiarito che “il candidato clinico è un antivirale orale (PF-07321332), un inibitore della proteasi SARS-CoV2-3CL, che ha dimostrato una potente attività antivirale in vitro contro SARS-CoV-2, nonché attività contro altri coronavirus, suggerendo un potenziale utilizzo nel trattamento di Covid 19 e potenziale utilizzo per affrontare future minacce di coronavirus”».

I vaccini anti covid sono ancora in fase sperimentale. Quelli mRNA possono alterare il DNA?

Sì, trascrivendo le sequenze virali integrate nel genoma mediante una trascrittasi inversa (t.i.) delle cellule o una t.i. di un HIV, queste sequenze di DNA possono essere integrate nel genoma cellulare e la loro espressione è stata indotta con una infezione da Covid 19 oppure da una esposizione alle citochine nelle culture cellulari, suggerendo un meccanismo molecolare per un retro-integrazione di Covid 19 nei pazienti (Zhang L, Alexsia R, Khalil A et al 2020. SARS-CoV-2 RNA reverse-transcribed and integrated into the human genome. BioRxiv)».

Esistono cure preventive alternative ai vaccini?

«Ci occupiamo ormai dall’inizio dell’epidemia italiana di suggerire come profilassi vitamina C e D, lattoferrina, e nel caso di contatto con paziente positivo, anche il Plaquenil. Per la terapia iniziale dei soggetti suggeriamo lo stesso Plaquenil a dosi maggiorate con l’associazione di azitromicina. In base anche alla possibile criticità dell’andamento febbrile, suggeriamo la prescrizione di cortisone ed eparina. Infine, senza necessariamente aspettare una fase critica, suggeriamo la sieroterapia».

Le mascherine, in genere, sono davvero una protezione? 

«Le mascherine vanno indossate quando servono. Se c’è il distanziamento si può fare a meno anche della mascherina, soprattutto all’aperto. La mascherina serve nei luoghi al chiuso o nei locali in cui ci sono contatti inferiori a un metro. Non se ne deve fare un abuso, perché a lungo andare possono diventare dannose per la salute. Non tutti siamo uguali e non se ne può imporre l’uso indiscriminato e ovunque. Solo i contagiati devono portare le mascherine e devono avere accortezza con le distanze quando frequentano persone a rischio. Ma ai bambini non si può imporre la mascherina. Per lo meno fino a 12 anni. Le norme igieniche vanno rispettate con attenzione da tutti, con buon senso. D’altra parte l’uso delle mascherine sotto i sei anni è completamente proibito (OMS) dal momento che si potrebbe indurre un “autismo” funzionale, perché vi sono tre aree della corteccia cerebrale in evoluzione in base all’associazionismo ed alle emozioni che un bambino recepisce a quella età. Attualmente esistono tre principali varianti genetiche del Covid 19. Queste mutazioni sorgono in genere quando il virus è sottoposto a pressione selettiva da parte degli anticorpi che limitano, ma non eliminano la replicazione virale. Gli anticorpi specifici, che neutralizzano il virus, sono ancora in grado di agire sulla proteina virale “spike”, nonostante i cambi di sequenza dell’acido nucleico virale siano presenti nella variante D614G, come nelle altre successive che hanno la finalità di permettere la sopravvivenza delle particelle virali. Nell’agosto del 2020 un’altra variante è iniziata a propagarsi nel Regno Unito; spesso chiamata “variante inglese” ma etichettata come B.1.1.7. Questa variante viene ora isolata in molte nazioni inclusi gli Stati Uniti, la sequenza della variazione della proteina S viene chiamata N501Y e sembra aumentare la trasmissibilità della COVID-19. Recenti studi hanno dimostrato che i vaccinati con RNA messaggero della Pfizer BioNtech e Moderna sono protetti da anticorpi neutralizzanti la nuova variante. Tuttavia altri studi di laboratorio alla Rockfeller University hanno dimostrato la riduzione dell’efficienza dei vaccini a RNA messaggero sugli anticorpi che neutralizzano il virus. In conclusione queste osservazioni permettono di sapere che esiste la possibilità di una diminuita efficacia degli anticorpi specifici per il virus, e suggeriscono di poter effettuare una modulazione dei vaccini, capaci di fare fronte alle nuove varianti virali con l’elicitazione di nuovi anticorpi neutralizzanti. Un’altra variante adesso circola nella California del Sud CAL20C con sequenza genica chiamata L452Y che sembra agire in maniera molto simile alla variante inglese».

Ci sono state varie interpretazioni sugli ultimi dati pubblicati nel rapporto Covid19 dell’ISS. A partire dall’articolo de “Il Tempo” di alcune settimane fa che ha suscitato reazioni avverse. Nella realtà i morti per Covid sono stati sovrastimati? 

«Già l’anno scorso, in base ai dati dell’Istituto Superiore di Sanità, di cartelle cliniche relative all’autopsia di presunte vittime da Covid 19 sono stati segnalati soltanto 19 casi su 909 cartelle cliniche da attribuirsi come causa diretta e reale al virus della SARS-CoV-2 (fine marzo 2020). Presumo che con il tempo, rispetto alle analisi iniziali basate sulle cartelle cliniche dei pazienti, si è fatta confusione tra persone con coronavirus e persone morte di coronavirus. Infatti gli ultimi dati che hanno destato scalpore sono stati i 3783 morti da Covid 19 su 130mila casi riportati, ma con almeno da uno a cinque malattie con 67,7%, con più di tre malattie e 18% con almeno due malattie: 68,8% ipertensione, 29,3% diabete, 24,8% fibrillazione atriale, 23,5% era anche demente».

Si sono verificate diverse “morti sospette” dopo la vaccinazione. Ritiene che siano dovute a casualità, a circostanze concomitanti o possano essere state provocate dal vaccino?

«Il centro statunitense per il controllo delle malattie (CDC) dichiara che ci sono almeno 271 morti e 9.845 reazione avverse dopo la vaccinazione. Più di 25 milioni di americani hanno ricevuto il vaccino di Pfizer BioNtech o di Moderna che sono stati autorizzati per uso emergenziale dopo meno di un anno di sperimentazione. I vaccini che sono ancora sperimentali tecnicamente parlando non pretendono di prevenire le infezioni anche sintomatiche da Covid 19 o di essere efficaci più di un anno. I dati AIFA al 26 settembre 2021 riportano 608 casi fatali dopo la somministrazione del vaccino, rispettivamente 391 per Pfizer, 96 per Moderna, 98 per AstraZeneca e 23 per Johnson e Johnson, che in tasso per 1×105 di dosi somministrate sono rispettivamente 0,72 in totale (0,65 Pfizer, 0,91 Moderna, 0,81 AstraZeneca e 1,56 Janssen). Dall’estrapolazione dei dati emerge come i preparati Covid 19 rappresentano il 50% di tutte le segnalazioni di decesso in 30 anni di esistenza del database; valori ricavati dopo solo nove mesi circa dal loro utilizzo nella popolazione (VAERS)».

Antonella Di Luzio

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