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La dittatura dell’indifferenza: cronaca di una società di morti che camminano

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Viviamo in un tempo in cui la putrefazione morale si maschera da normalità. È una desertificazione silenziosa, un’anestesia collettiva che ha trasformato la compassione in un reperto archeologico e ha ridotto l’essere umano a un simulacro di sé stesso, un manichino vestito bene che cammina per inerzia.

Dello smartphone e della viltà moderna

Guardate cosa accade per strada. C’è un’aggressione, c’è qualcuno che viene pestato, forse ucciso, e intorno non c’è una comunità che si stringe per difendere o dividere. C’è il branco freddo: cinque, dieci persone che tirano fuori il telefonino. Filmano. Consumano il dramma in presa diretta, trasformando il sangue e il dolore in contenuti da scorrere sullo schermo. Hanno delegato la coscienza a un obiettivo digitale. Sono codardi travestiti da spettatori, complici di ogni violenza perché scelgono l’inazione per non sporcarsi le mani.

Lo Stato sordo e la farsa della carità da vetrina

Fuori da quell’arena, il panorama è desolante. Ci sono madri sole, genitori spezzati, famiglie con figli disabili o malati abbandonati nelle mani di uno Stato burocrate e di assistenti sociali che sanno solo sventolare scartoffie. E la Chiesa? Spesso si rifugia in un comodo e pilatesco “pregheremo per voi”, che suona come una condanna a morte per chi ha il frigorifero vuoto.

Ma peggio dell’indifferenza c’è la sua caricatura più oscena: la beneficenza da salotto.

Parliamo dei club di servizio, delle cene di gala dove si sventola un assegno davanti ai fotografi.

Quella non è generosità: è una transazione di vanità, una merce di scambio per ripulirsi l’immagine e fare pubbliche relazioni. Usano il dolore degli ultimi come palcoscenico per i primi. Sono i più squallidi, perché monetizzano la compassione.

La prigione dorata e la miseria dei ricchi

Chi sguazza in questo benessere cieco vive in un universo parallelo fatto di panna montata e illusioni. Credono di avere in mano le redini del mondo, ma sono solo prigionieri di un immaginario vuoto. Arrivano a Porto Cervo, posteggiano la loro barca da trenta metri, ma basta che di fianco ce ne sia una da cinquanta per farli rodere dal veleno dell’invidia. Si sentono degli “sfigati” anche nel lusso più sfrenato, perché l’ego non si sazia mai. Sono ricchi di cose e cadaveri dentro: non hanno cuore, non hanno amore, non hanno sensibilità. Sono busti in processione che portano già in giro la propria bara.

Il verdetto della rianimazione e la “botta di martello”

Le parole gentili su questa gente scivolano via come acqua su un vetro impermeabile. Con loro non serve il dialogo: ci vuole una botta di martello sull’incudine. Ci vuole il crollo totale delle certezze per risvegliarli dal torpore.

Il vero, spietato esame arriva quando il benessere si sbriciola e ci si ritrova in un letto di cardiochirurgia o di rianimazione. Lì, inchiodati ai tubi, vorresti rimetterti le scarpe per scappare, ma non puoi. E in quel silenzio sterile, improvvisamente, si accende lo schermo della coscienza. Ti passa davanti la pellicola di una vita intera sprecata dietro alla vanità, di tutte le volte che ti sei voltato dall’altra parte, del cinismo con cui hai calpestato o ignorato il mondo. È l’ultimo, disperato istante in cui la mente vacilla prima della fine, l’unico momento in cui forse — ma solo forse — comprendi il significato della parola umiltà.

Essere o non essere: la nobiltà perduta

Shakespeare ce lo aveva consegnato come l’interrogativo definitivo: Essere o non essere. Ma la maggior parte ha scelto di non essere, riducendosi a burattini telecomandati dal profitto e dal possesso.

L’umanità vera non è individualismo: è cuore, è pianto, è compassione, è farsi carico del peso altrui. L’unico atto che restituirebbe un briciolo di nobiltà a chi possiede troppo sarebbe quello di scendere dalla torre d’avorio e adottare, sostenere concretamente una famiglia in difficoltà, senza telecamere e senza ritorno d’immagine.

Chi non vede, non sente e non aiuta non è una bestia: è un morto che cammina. E se non si sveglia prima che cali il martello, rimarrà per sempre nella cenere che si è scelto di accatastare.

Maurizio Domolato Melchiorre Salomone

In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it

Foto copertina: immagine generata dall’AI

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