Benvenuti nel mondo capovolto, dove la natura si processa e l’assurdo si celebra con la fascia tricolore. A Bari, terra in cui la sinistra regna e sperimenta da anni le sue tesi progressiste, la Corte d’Appello ha deciso di sostituirsi alla biologia. Con una sentenza passata in giudicato nell’indifferenza generale, i magistrati pugliesi hanno stabilito che un bambino di quattro anni può avere legalmente tre genitori: due padri e una madre. Perché fermarsi? A quando il quarto o il quinto? All’asta della genitorialità fluida il rialzo è garantito, e il buonsenso è il primo bene ad andare all’incanto.
Io rompo perché mi sono stancato del silenzio complice che accompagna queste derive. Siamo arrivati a un punto di non ritorno: la normalità di una coppia formata da una madre e un padre è stata ufficialmente bandita dai salotti buoni del progressismo e, cosa ben più grave, dalle aule di giustizia.
Oggi difendere l’ovvio, sostenere che la struttura naturale della famiglia sia l’unica base solida per la crescita di un individuo, viene quasi considerato un atto di intolleranza. La realtà è stata ribaltata: ciò che è normale viene emarginato come obsoleto, mentre l’anormalità viene elevata a nuovo standard di civiltà. Se non ti adegui al dogma dell’esperimento sociale a tutti i costi, sei fuori dal tempo.
Ricordo, per i meno esperti, che l’intero impianto del Codice Civile italiano si basa sul principio che un figlio possa avere, al massimo, due genitori (materno e paterno, o dello stesso sesso in specifici casi di adozione o trascrizioni).
La figura del terzo genitore legale non è prevista dalla legislazione nazionale.
Il meccanismo di questa sentenza merita un’attenzione certosina. Il bambino nasce in Germania, si applica il diritto tedesco, si aggirano i paletti italiani e poi si chiede il conto ai nostri uffici anagrafici, e quando lo Stato prova a mettere un freno – ricordando che certe pratiche in Italia sono persino reato universale – arriva il tribunale locale a svuotare la legge. Guarda caso, succede proprio nella Puglia che ha fatto da laboratorio politico a una certa sinistra. Quando il clima ideologico di un territorio è così marcatamente orientato, non c’è da stupirsi se anche le sentenze finiscono per respirare la stessa aria, trasformando le aule di giustizia in succursali dell’agenda politica progressista.
In tutta questa esibizione di finto modernismo, c’è un convitato di pietra che non ha voce: il bambino. Ha quattro anni. Non ha scelto di nascere al centro di un laboratorio ideologico, né ha chiesto di diventare il precedente giuridico perfetto per le prossime campagne elettorali della sinistra. I magistrati evocano come un mantra la formula magica del “superiore interesse del minore“, ma si sono posti la domanda più elementare?
Cosa accadrà quando questo bambino, a scuola, dovrà spiegare ai compagni perché il suo albero genealogico ha tre rami? Chi lo proteggerà dalla crudeltà innocente, ma spietata dei coetanei? Chi gli spiegherà, senza creargli una totale confusione identitaria, perché la sua mamma biologica è solo una figura di contorno mentre i suoi padri raddoppiano? Nessuno! Perché l’importante, per i paladini del progressismo, era piantare la bandierina. Il prezzo psicologico di questo esperimento sociale lo pagherà soltanto il minore, mentre la sinistra festeggia l’ennesimo smantellamento della realtà.
Io rompo perché difendere la normalità non significa essere retrogradi, significa proteggere i più deboli dalle mode ideologiche degli adulti. Se per la società moderna la famiglia naturale è diventata un’anormalità da superare, allora io continuo a rompere e a pretendere che la realtà torni a poggiare sui piedi, e non sulla testa.
Se l’ovvietà della natura viene declassata a eresia, l’unica vera avanguardia intellettuale rimasta è la difesa della realtà.
L’avvenire non si identifica sull’artificio di un’anagrafe ipertrofica, ma custodendo l’integrità originaria di ogni infanzia.
Francesca della Valle – Giornalista Conduttrice Autrice Scrittrice Attivista civile
Presidente di Labirinto 14 Luglio

