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Pubblica amministrazione, sul Tfr dei dipendenti decide il silenzio-assenso

da | Nov 12, 2021 | Economia

Sei un lavoratore pubblico assunto dopo il 1° gennaio 2019? Fai attenzione al tuo Tfr, il tanto agognato Trattamento di fine rapporto, meglio conosciuto come “Liquidazione”.

In effetti, grazie all’accordo tra sindacati e Aran, siglato il 16 settembre 2021, viene prevista l’adesione dei nuovi dipendenti pubblici al Fondo di previdenza complementare Perseo Sirio, anche tramite il principio del silenzio assenso.

In pratica, l’adesione al fondo predisposto per i lavoratori pubblici non avverrà più necessariamente per esplicita indicazione del neo-assunto, ma semplicemente tramite l’inerzia di una mancata espressione di volontà. Il dipendente appena assunto dovrà manifestare l’eventuale intenzione di non adesione all’amministrazione nei sei mesi successivi all’assunzione, dopo di che verrà iscritto automaticamente al Fondo.

Non è un cambiamento da poco e per ovvi motivi: quanti giovani appena entrati nel mondo del lavoro, e in particolare in quello del comparto pubblico dopo aver vinto un concorso, impiegheranno il loro tempo a riflettere sui pro e i contro di una scelta o l’altra in materia di previdenza complementare?

Però la destinazione del Tfr rimane una scelta rilevante: addirittura irrevocabile. Infatti, una volta aderito al Fondo, a meno che non si perda il posto, non si può recedere dall’iscrizione e nemmeno chiedere un riscatto di quanto maturato.

Previdenza complementare, non c’è solo il fondo pensione

La previdenza complementare in Italia, stando ai dati forniti dalla Covip, riguardava a settembre 2021 un universo di circa 8 milioni e 650mila iscritti, non tutti necessariamente lavoratori dipendenti. I soli lavoratori dipendenti nel nostro paese sono invece quasi 18 milioni.

Il settore è regolato dal Decreto legislativo 5 dicembre 2005 n.252. In sostanza, dato il passaggio dal retributivo al contributivo come sistema di calcolo delle future pensioni, il legislatore ha pensato bene di fornire una seconda gamba alla previdenza che compensasse in qualche modo la riduzione dei trattamenti previdenziali pubblici di base.

Non bisogna, però, dimenticare che aderire a un fondo pensione significa comunque mettere in conto gli alti e i bassi del mercato finanziario, soprattutto non è l’unica scelta possibile: il lavoratore può decidere di lasciare il proprio Tfr in azienda (sopra i 50 dipendenti viene in realtà gestito dal Fondo di tesoreria dell’Inps). In questo secondo caso il Trattamento di fine rapporto viene rivalutato del 1,5% fisso a cui viene aggiunto il 75% del tasso di inflazione annua.

Il confronto tra i rendimenti del Tfr investito nel Fondo Perseo e quello tenuto in azienda può essere utile per i neo-assunti della pubblica amministrazione. A solo titolo di esempio possiamo qui riportare i dati del rendimento del mese di dicembre da inizio anno per gli anni 2021 (0,99%), 2020 (1,65%), 2019 (3,23%), 2018 (-0,61%), 2017 (0,31%), 2016 (1,19%) per il Comparto Garantito che è quello dove finiscono le persone attraverso il silenzio assenso.

La previdenza complementare nella PA

A detta del sindacato di base Cub, che contesta l’accordo con l’Aran del 16 settembre, su un bacino di 1,5 milioni di lavoratori della PA (esclusa la scuola) solo 78mila avrebbero aderito alla previdenza complementare. Ma ora, con l’avvento del principio del silenzio assenso, sarà il lavoratore a doversi attivare per scegliere di far rimanere il suo Tfr in azienda.

Una scelta così importante rientra nella sfera di esclusiva competenza del singolo lavoratore, che dovrebbe compierla in base alla piena coscienza delle conseguenze. In questo senso perché ci si deve affidare al silenzio assenso e non a una esplicita indicazione di volontà?

Stefano Paterna

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