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App che ci profilano pure via audio. Prima indagine sul tema in Italia

da | Ott 4, 2021 | Inchieste

Il microfono di uno smartphone è un apparecchio di registrazione della voce ed è capitato ad ognuno di noi di installare applicazioni gratuite che ci chiedono il consenso al suo utilizzo. Lo abbiamo concesso alle app di Facebook, Instagram, Whatsapp – al sistema operativo Android e al pacchetto Google, ad Amazon e al suo Alexa come ad Apple e alle aziende titolari dei videogiochi con cui spesso si dilettano i nostri figli (e non solo). Quando autorizziamo queste app ad usare il nostro microfono stiamo di fatto consentendo ad una azienda privata di raccogliere l’audio ambientale del nostro cellulare, spesso convinti che serva esclusivamente alle finalità dell’applicazione. Sottovalutiamo tuttavia che tra le finalità di molte applicazioni cui noi abbiamo dato il consenso ci sia la raccolta dei nostri dati a fini pubblicitari.

Siamo tutti ormai abbastanza consapevoli del fatto che Google, Facebook o Amazon utilizzino le nostre mail, i nostri post o i nostri acquisti per profilarci e proporci annunci pubblicitari o promozioni sempre più vicine ai nostri desideri e interessi. Ma ha stupito molti in Italia la trasmissione televisiva dell’esperimento di Marco Camisani Calzolari proposto da “Striscia la notizia” di Canale 5, che ha mostrato quanto lo stesso metodo sia applicato anche alle parole dette nei pressi del proprio cellulare, magari durante una conversazione privata. 

La reazione istituzionale italiana alla notizia è stato l’avvio di un’indagine “sulle app rubadati e sul mercato dei dati” da parte dell’Autorità Garante per la Protezione dei dati personali che per l’occasione ha attivato come polizia giudiziaria il Nucleo speciale privacy e frodi tecnologiche della Guardia di Finanza. L’indagine è tutt’altro che un fatto mediatico, rappresenta infatti il primo caso noto a livello internazionale di inchiesta istituzionale su un fenomeno che ad oggi è stato raccontato solo da giornalisti e ricercatori, spesso con risultanze opposte. Se infatti la tv britannica Bbc parlò del caso nel settembre 2019 come di un “mito” metropolitano-  citando a sostegno un’indagine realizzata dalla società di cybersecurity Wandera – FoxNews, “The Sun” e Vice hanno raccontato sin dall’anno precedente una serie di esperimenti simili a quello trasmesso da “Striscia la notizia” dove il verdetto era unanime: il sistema di registrazione vocale e profilazione esiste e funziona. Dall’assistente vocale di Alexa (Amazon) che incamera le conversazioni anche quando non interpellato, fino alla capacità di Facebook di mostrare annunci promozionali sui prodotti vegani alla giornalista del Sun che aveva appena iniziato a parlarne ad un amico – senza aver fatto prima alcuna ricerca online sul tema – tutti i casi avevano una costante: nelle impostazioni dello smartphone i proprietari avevano continuato a tenere attiva l’autorizzazione alle app di utilizzo del microfono. Di qui la prova che possiamo arrestare questo servizio indesiderato in ogni momento, togliendo l’autorizzazione all’uso del microfono alle app che se ne servono.

Non a caso il mandato affidato dal Garante per la Protezione dei dati personali alla Guardia di Finanza è proprio di indagare “una serie di app tra le più scaricate” per verificare “che l’informativa resa agli utenti sia chiara e trasparente e che sia stato correttamente acquisito il loro consenso”. L’autorità ha quindi ammesso chiaramente l’esistenza del sistema, limitandosi a chiedere a chi dovrà indagare se le aziende produttrici delle app più diffuse – da Whatsapp ad Amazon passando per Facebook e Google – hanno scritto o meno con chiarezza nell’informativa sulla privacy (che spesso distrattamente dichiariamo di aver letto prima di aprire l’applicazione) che le autorizzavamo così a usare il nostro microfono per carpire meglio i nostri desideri e presentarci gli annunci pubblicitari in grado di farci realizzare quelli acquistabili nel libero mercato.

Qualora il Nucleo speciale privacy e frodi tecnologiche della Guardia di Finanza scoprisse delle notizie di reato potremmo assistere per la prima volta in Italia alla messa in stato d’accusa delle pratiche attuali più avanzate di marketing digitale e monitoraggio di massa ad opera dei colossi della Ict. Sono passati otto anni da quando Edward Snowden rivelò al mondo che il Dipartimento della Difesa Usa aveva raccolto illegalmente da post, email e messaggistica i dati personali di milioni di americani. E lo scandalo di Cambridge Analytica è solo di tre anni fa. Ci troviamo forse davanti all’innesco di un caso di tale portata?

Francesco Sanna

Image by Thomas Ulrich from Pixabay

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