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UE in ritardo sull’economia circolare delle terre rare: sarebbero oro ma finiscono in discarica

da | Set 15, 2021 | Inchieste

Nel settembre 2020 la Commissione europea informò il mondo della sua grave dipendenza da 30 materie prime necessarie a tutta la produzione chiave del suo Green new deal: dalla mobilità elettrica alle rinnovabili passando per il settore spazio e difesa. Dal litio al cobalto passando per i 17 elementi conosciuti come “terre rare” – da molti giudicati l’oro del nuovo millennio – queste materie prime necessarie a produrre per esempio smartphone, fibre ottiche e turbine eoliche sono estratte e rese utilizzabili per la quasi totalità fuori dall’Europa, con modalità paradossalmente molto inquinanti (sei miliardi il costo della bonifica delle sole miniere del Ganzhou in Cina). Servono quindi per la nostra transizione ecologica, ma non abbiamo miniere attive e ci tocca acquistarle da paesi dove per estrarli e renderli utilizzabili si inquina il pianeta. Il vicepresidente della Commissione, Maros Šefcovic, lasciata da parte la componente più radicale del paradosso, sintetizzò il problema dichiarando che come europei “non possiamo permetterci di sostituire l’attuale dipendenza dai combustibili fossili con la dipendenza dalle materie prime critiche”. Una dipendenza che per quanto riguarda, ad esempio, le terre rare ci lega per il 98% alla Cina e rispetto ai cosiddetti magneti di terre rare – ambitissimi per lo sviluppo delle auto elettriche – si prevede aumenti nei prossimi trent’anni di dieci volte.

Per contrastare questa situazione di stallo la Commissione europea lanciò un anno fa un “Piano di azioni” in dieci punti con orizzonte 2025. Tra questi lo sviluppo di tecniche di estrazione e lavorazione meno inquinanti e protocolli di finanziamento delle modalità più sostenibili, oltre ad accordi con paesi terzi con le miniere attive per differenziare l’approvigionamento – ovvero evitare il quasi monopolio cinese – e  la cruciale ricerca applicata per recuperare la quota di queste materie prime che oggi finisce in discarica dentro i prodotti (telefonini, auto, pc …) da noi gettati a fine d’uso in quantità di cui – ammise la Commissione europea nel suo rapporto al Consiglio europeo- “non sappiamo neanche l’entità”. 

Purtroppo a un anno dall’avvio del Piano gli unici obiettivi raggiunti sono stati due: un accordo di massima sottoscritto con l’Ucraina sulla scia di quello già esistente col Canada, dove si estraggono solo tre elementi su trenta – scandio, gallio e cobalto – e nessuno di questi è una terra rara e la creazione dell’Alleanza europea per le materie prime critiche ovvero di fatto l’organizzazione dei portatori di interesse su questa carenza industriale e strategica dell’Unione europea: 150 gruppi industriali, Stati membri, regioni, Bei investitori. Non a caso proprio l’Alleanza ha iniziato a premere sul terreno delle agevolazioni: finanziamenti a basso costo e compensazioni per ridurre i costi delle materie prime, seguendo il modello cinese dove un quinto del costo delle materie prime è pagato dallo Stato. Secondo recenti indiscrezioni industria e politica europea si sarebbero ritrovate sull’idea di ottenere almeno per i magneti di terre rare condizioni simili a quelle avute con le fabbriche di batterie, dove l’Ue è riuscita a far partire la costruzione di 38 gigafactories con una serie di fondi e agevolazioni capaci di attirare oltre 40 miliardi di investimenti. Col risultato che l’Europa continuerebbe comunque a essere dipendente dai paesi dove si estraggono e lavorano queste materie prime con metodi altamente inquinanti e socialmente discutibili (vedi cobalto in Congo), ma con costi un po’ più coperti dalle risorse pubbliche per renderci più competitivi a livello di mercato globale.

Il vero nodo centrale della sostenibilità complessiva del sistema – la riduzione radicale del bisogno di nuovi prodotti – non è neanche preso in considerazione al pari dell’obiettivo più serio e ambizioso del “Piano di azione” ovvero almeno aumentare l’economia circolare delle materie prime critiche che già sono in Europa dentro i nostri prodotti di consumo e gettiamo in discarica come rifiuti. Restando sulle terre rare un dato spiega il concetto in modo chiaro: l’economia circolare europea continua infatti a recuperare solo l’1% di quanto finisce discarica come rifiuto, soprattutto in ambito industriale. Le tecnologie esistono da almeno vent’anni ma di impianti finora non c’è traccia spesso per il problema normativo della gestione dei rifiuti industriali. Tra gli esempi i progetti per estrarre le preziose terre rare dagli oltre 20 milioni di fanghi rossi depositati in discariche a cielo aperto a Portovesme, in Sardegna. Recentemente il quotidiano l’”Unione Sarda” ha pubblicato l’indiscrezione secondo cui Ecotec Group avrebbe avanzato un progetto ad hoc da 70 milioni di euro chiedendo il sostegno del Governo Draghi affinché sia co-finanziato con i fondi del Recovery Fund. L’impianto a regime gestirebbe l’estrazione dei materiali pregiati e frutterebbe in più decadi, secondo le stime del proponente, dai 6,5 ai sette miliardi di euro, oltre a dare occupazione in un territorio in forte necessità, ma pendono sulla questione qualche milione di euro di fondi per la bonifica già stanziati e in parte spesi tra l’ex Società italiana miniere, che da tempo si chiama Igea spa, e alcuni consorzi.

Francesco Sanna

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