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La crisi dei partiti e proposta per un loro rilancio

da | Mag 2, 2022 | Politica

Piero Calamandrei (1889-1956), fondatore del Partito d’azione, in occasione della discussione in Assemblea Costituente sull’art. 49 della Costituzione, ebbe a sostenere «…una democrazia non può esser tale, se non sono democratici anche i partiti in cui si formano i programmi e in cui si scelgono gli uomini che poi vengono esteriormente eletti coi sistemi democratici». L’emergenza sanitaria, il conflitto in corso tra Repubblica di Ucraina e Federazione Russa, la discussione poco approfondita sui temi etici, il divario sempre più profondo tra Paese legale e Paese reale e la frattura della coesione sociale hanno dimostrato da una parte un appiattimento delle forze politiche all’indirizzo dell’Esecutivo con conseguente marginalizzazione del Parlamento, dall’altro la loro incapacità di garantire «l’esercizio quotidiano della sovranità popolare» (si veda, sul punto, il contributo del giurista tedesco Leibholz (1901-1982)).  Se, durante la c.d. «prima Repubblica», il sistema partitico italiano era sostanzialmente «ossificato» con pochi ingressi di nuove formazioni, la caduta del muro di Berlino nel 1989, il crollo dell’Unione delle Repubbliche socialiste sovietiche nel 1991, lo scoppio di Tangentopoli, la territorializzazione della politica (la nascita di movimenti secessionisti o autonomisti), la graduale cessione di pezzi di sovranità a favore dell’Unione Europea con i nuovi vincoli sulle politiche di bilancio degli Stati membri che hanno snaturato, in assenza di modifiche alla Costituzione formale, il modello di Welfare State delineato dal Testo costituzionale del 1948, l’accelerazione della secolarizzazione funzionale ad un traffico sempre più insaziabile di diritti (la c.d. «funzione dinamizzante» dell’ordinamento giuridico per riprendere un’espressione che piace all’attuale Ministro della Giustizia e già Presidente della Corte costituzionale Marta Cartabia) se, per un verso, hanno favorito il nascere di nuove realtà politiche, per un altro hanno progressivamente condotto, in nome del mero pragmatismo elettorale, alla perdita della loro capacità di elaborare un linguaggio ed una visione del mondo sorretti da un roccioso pensiero filosofico-politico ispirato a quello che Simon Weil (1909-1943), che era contraria alla forma-partito e che influenzò la visione di Adriano Olivetti (1901-1960), definiva la «comunicazione della luce». L’effetto è sotto gli occhi di tutti: la costruzione non di partiti che formano classi dirigenti, ma leader che costruiscono partiti attorno a sé, circondati da soggetti «ossequianti» impossibilitati ad esprimere un loro autonomo pensiero. Questo non significa negare il fondamentale ruolo di chi guida una forza politica, ma ricondurre la sua funzione e quella del partito all’interno dell’alveo costituzionale dell’art. 49 rimasto una grande «pagina bianca»: attraverso la determinazione dell’indirizzo politico si deve iniettare qualità ed alternanza nella stessa rappresentanza politica (così anche la sent. n. 422/1995 Corte cost.), evitando scelte demagogiche e populiste prive di una prospettiva di ampio respiro (dalla discutibile riduzione del numero dei parlamentari di cui alla legge costituzionale n. 1/2020 alla recente svolta «green» con la modifica degli articoli 9 e 41 della Costituzione che avrà ripercussioni non indolore sul piano della proprietà privata e della libertà di impresa attraverso la legislazione di attuazione). All’operazione di «prender partito», continua la Weil, si deve allora contrapporre coraggiosamente «l’operazione del pensiero» altrimenti tutti i partiti continueranno a mangiarsi «il senso della giustizia e della verità». 

Daniele Trabucco, Costituzionalista

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