Essendo la filosofia lo studio razionale della realtà, intesa come totalità, e non solo di uno o più aspetti di essa, come accade per le scienze, si può senz’altro dire che Réné Descartes (1596-1650), latinizzato in Cartesius (da cui l’italiano Cartesio), sia stato un grande filosofo, se ne condividano o meno le conclusioni. La filosofia investiga i principi ultimi, o le cause prime, della totalità in cui siamo capitati (il “dasein”, l’esserci, cfr. Heidegger) e quindi ricerca ciò che è comune a tutte le cose, ciò che ha caratteristiche generali o universali, compresi i processi conoscitivi con cui si conduce l’investigazione. E quindi Cartesio non è stato solo un grande matematico e uno scienziato, ma è stato un filosofo.
Oggi queste precisazioni appaiono necessarie, dacché nella Babilonia contemporanea viene messa in discussione pure l’acqua calda, sebbene continuamente riscoperta, o il colore dell’erba, come diceva Chesterton.
Cartesio è stato allievo dei gesuiti nel collegio di La Flêche, in un’epoca in cui la formazione (con la “ratio studiorum”) che essi assicuravano in Europa ai ceti benestanti ne faceva delle persone veramente preparate e una classe dirigente cristiana ed efficiente. Lo scopo dei gesuiti era, formando l’élite cattolica, di far funzionare bene tutta la società. Altrove, in Sud America, in un contesto sociale con esigenze cristiane diverse, i gesuiti si occupavano dei poveri, degli indigeni, tutelandoli, ad esempio con le “reductiones”, comunità agricole autonome, dalla prepotenza degli invasori europei.
Quando Cartesio terminò il liceo dai gesuiti aveva una formazione completa in tutti gli ambiti del sapere (non certo come i liceali di oggi). Ma di tale sapere si sentiva insoddisfatto, il che significa, sua genialità a parte, che era stato messo in grado di discuterlo criticamente. Dal Medioevo filosofia e scienza cristiana, e il loro insegnamento, erano basati sul metodo della discussione critica di ogni nozione (basta studiare un pò San Tommaso d’Aquino, ad esempio, per rendersene conto).
Tale metodo, che quindi non è una novità, sarebbe stato poi riproposto da K. Popper nel Novecento.
Ma anche Cartesio, come ha mostrato É. Gilson, ha contratto grossi debiti con la ricerca medievale. Del resto, come ha mostrato P. Duhèm, la stessa scienza moderna ha le sue radici nelle università dei cosiddetti “secoli bui”, pregiudizio ancora corrente, mentre “bui” non sono stati proprio per niente, soprattutto se confrontati con quanto accaduto dopo alla spiritualità e alla civiltà occidentale (cfr., ad esempio, le tesi al riguardo di R. Stark, P. Correa de Oliveira, V. Messori, L. Negri, M. Viglione, ecc.), in cui l’unico progresso certo è quello tecnologico.
All’università Cartesio studia legge, per volere della famiglia, e poi se ne va in guerra, anche per girare il mondo e continuare la sua ricerca della verità.
E in questa sua avventurosa vita di ricerca, in una pausa dalle attività belliche, Cartesio dice di aver ricevuto una rivelazione divina circa la possibilità e il metodo del sapere. Per tale celeste benedizione decide che farà poi un pellegrinaggio al santuario mariano di Loreto, in Italia. Egli ha visto, e “sapere” sarà poi sempre “vedere” per Cartesio, la possibilità di una matematica universale. Che ci sia una logica (da Logos = Dio) matematica in tutta la realtà era una idea già dei Pitagorici, poi di Platone ed epigoni, anche italiani rinascimentali, di Leonardo da Vinci, infine di Galileo Galilei, il padre putativo, visti i tanti precursori, della scienza moderna. Dio ha creato la realtà in figura e numero, diceva Galilei. Per i Pitagorici, per i Platonici e, pare, anche per Cartesio, la logica matematica non riguarda solo la dimensione materiale della realtà, investigata dalla fisica, ma anche la vita umana in tutte le sue dimensioni. Il problema è capirla questa logica che viene dal Logos-Dio. Essi sostengono che ci sia. La Scrittura sembra confermare: non solo Cristo è il Logos (cfr. Giovanni, cap. 1), ma anche il Vecchio Testamento anticipa la nozione. Ad esempio, essa dice che nella vita si raccoglie quello che si semina. C’è quindi proporzione, misura matematica, anche nella giustizia, che, analogamente, i Pitagorici dicevano essere un numero quadrato: occhio per occhio, uguale occhio al quadrato, dente per dente, uguale dente al quadrato. Gli orientali invece parlano di legge del Karma.
Cartesio basa i processi conoscitivi sull’evidenza, di per sé innegabile, perché pure per negarla bisognerebbe proporre idee evidenti di tipo diverso, come insegnava Sofia Vanni Rovighi (cfr. “Elementi di filosofia”). Già Aristotele aveva ritenuto l’evidenza come l’unica fonte di certezza assoluta, quindi l’unica fonte sicura dei sillogismi scientifici, da preferirsi all’induzione, non certa, come dirà poi definitivamente Popper (preceduto da Hume e Kant). La stessa posizione sull’evidenza, come fonte di verità, assumerà poi Husserl nel Novecento, che è la matrice non sono delle filosofie esistenzialistiche, ma anche delle Scienze Umane d’impostazione fenomenologica (ad esempio, la sociologia di P. Berger, le psicologie umanistico-esistenziali e, di fatto, la stessa psicanalisi).
Cartesio, allievo, quindi, dei Pitagorici, dei Platonici, di Aristotele, dei medievali e dei gesuiti, ha dunque anticipato tutto ciò: la realtà ha un ordine matematico, di origine divina (e su questo anche Einstein era d’accordo), che si studia usando il criterio dell’evidenza.
Alla mentalità oggi comune, dopo lo sviluppo della scienza moderna, tale criterio può sembrare inaffidabile, perché legato alla soggettività. Ma la mentalità oggi comune non si forma studiando l’epistemologia contemporanea, privilegio purtroppo di pochi. Innanzitutto, le pretese di oggettività dell’idea positivista di scienza, che ancora informa la coscienza comune, sono state fortemente attaccate e ridimensionate nel corso del Novecento. I dati, dice ad esempio Feyerabend, sono “carichi di teoria”, sono costruiti dalle stesse teorie che li utilizzano. Oggi si fatica, quindi, in ambito epistemologico a ritrovare la via del realismo, anche se negli anni 2000 è stata di nuovo imboccata (cfr. M. Ferraris, “Manifesto del nuovo realismo”, 2012).
Cartesio, invece, dopo aver dubitato di tutto, su questo non aveva dubbi: la mente è in grado di riflettere la realtà e di svilupparne una conoscenza adeguata, ma utilizzando un metodo corretto, che applichi l’evidenza all’analisi e alla sintesi dei problemi, quali che siano, come fanno i matematici. Per lui la ragione è un dono di Dio, di cui ritiene di aver dimostrato l’esistenza, innanzitutto partendo dall’idea di Dio come essere perfetto, idea innata nell’uomo, essere imperfetto e che perciò non può essere la causa di tale idea. Per San Tommaso d’Aquino, Dio ha, più concretamente, dimostrato la sua esistenza con prodigi e miracoli, solo secondariamente lo si può argomentare con la ragione, offrendo, per aiutarli, ai non credenti, discorsi plausibili, ma non decisivi, al riguardo. In questo Cartesio non è tomista. Per lui le relative argomentazioni razionali bastano. Dunque, venendo da Dio, dice Cartesio, la ragione, correttamente utilizzata, è efficace ed efficiente nella conoscenza della realtà. Ma perché allora, come capita, la ragione cade nell’errore? Perché essa cede alle pressioni della volontà, a sua volta mossa dalle passioni. Esse dunque compromettono non solo la vita morale delle persone, ma anche quella cognitiva. In questo Cartesio non è solo d’accordo con la tradizione gnoseologica greca, cristiana e delle altre religioni, ma anticipa pure ciò che secoli dopo dirà Freud: “È proprio della natura umana ritenere non vero ciò che non piace”, con l’Es che obbedisce al principio del piacere. E questa, purtroppo, in realtà appare oggi la sola filosofia e psicologia delle masse.
Marco Santoro – 2° classificato a concorso Professore/ricercatore di Pedagogia generale e sociale c/o Università dell’Aquila 2002
Già Cultore di Storia della Pedagogia e Pedagogia sociale c/o Università di Cassino
Docente di Filosofia e Storia nei Licei
Professore a contratto all’Università di Cassino. Autore di pubblicazioni scientifiche
In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it
Foto copertina: Immagine di André Hatala [e.a.] (1997) De eeuw van Rembrandt, Bruxelles: Crédit communal de Belgique, ISBN 2-908388-32-4.

