L’antitesi che attraversa, in tutti i sensi, in tutti i modi, la Storia dell’umanità, è quella tra il bene e il male. Essi sono nella persona e nei rapporti sociali di ogni tipo, da quelli interpersonali a quelli tra le classi sociali e tra gli Stati. L’antitesi tra bene e male è nelle forme culturali ed ideologiche, nelle teorie scientifiche, o che passano per tali, filosofiche e religiose.
La Storia dell’umanità è segnata da questa insanabile antitesi, con buona pace di Hegel, e dalla relativa dialettica, che va dal dialogo alle guerre. Ma “Aut-aut”, ha scritto il filosofo cristiano Kierkegaard, bisogna scegliere. Non c’è conciliazione degli opposti, il bene è e resta bene, il male è e resta male, anche se interagiscono stimolandosi a vicenda. Si sceglie comunque, con gli atti. Può causare angoscia, ma anche gioia, intanto è inevitabile e la collocazione in un campo o nell’altro lo connota. “Chi non è con me, è contro di me”, ha detto Gesù-Dio, non c’è una terza possibilità. E Gesù è il Logos, la Ragione, l’intelligenza suprema che regge con giustizia l’universo, che ha creato per amore: “Tutto sussiste in Lui”, ha scritto San Paolo. E nell’universo si svolge la Storia umana, individuale e collettiva.
Quest’onnipresenza dialettica è, dopo Eva e dopo Adamo, nella persona. Scrive, sotto ispirazione divina, San Paolo:
14]Sappiamo infatti che la legge [di Dio] è spirituale, mentre io sono di carne, venduto come schiavo del peccato. [15]Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. [16]Ora, se faccio quello che non voglio, io riconosco che la legge è buona; [17]quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. [18]Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; [19]infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. [20]Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. [21]Io trovo dunque in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. [22]Infatti acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, [23]ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra. [24]Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? [25]Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore! Io dunque, con la mente, servo la legge di Dio, con la carne invece la legge del peccato”. (Rm 7,14-25)
Da ebreo osservante, San Paolo, ricevuto lo Spirito di Dio dopo la conversione, osservava innanzitutto se stesso e spiegava nella sua lettera ai cristiani di Roma la dialettica interiore che vive chi conosce la legge di Dio, che è spirituale, quindi è il bene, mentre nella persona c’è anche la tendenza al male, al peccato. L’individuo deve scegliere e, in un modo o nell’altro, sceglie comunque, momento per momento e soprattutto seguendo un certo stile di vita, tendenzialmente virtuoso o peccaminoso. Il vero cristiano ha fatto la sua scelta e sta con Dio, dalla parte del bene, con tutte le sue forze e con la Grazia divina che procede dal sacrificio di Cristo, attraverso la fede, la preghiera e i Sacramenti. Attinto lo Spirito alla Sorgente, cioè Cristo, il cristiano supera progressivamente la dialettica interiore tra bene e male, collocandosi vieppiù nel bene, con il Sangue di Cristo che copre e lava il suo male. Già la conversione, cioè l’accettazione della divinità di Cristo, è una “metanoia”, una trasformazione, un cambiamento di spiritualità, di mentalità e di stile di vita. Perciò, continua San Paolo:
5]Quelli infatti che vivono secondo la carne, pensano alle cose della carne; quelli invece che vivono secondo lo Spirito, alle cose dello Spirito. [6]Ma i desideri della carne portano alla morte, mentre i desideri dello Spirito portano alla vita e alla pace. [7]Infatti i desideri della carne sono in rivolta contro Dio, perché non si sottomettono alla sua legge e neanche lo potrebbero. [8]Quelli che vivono secondo la carne non possono piacere a Dio.
[9]Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene. [10]E se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto a causa del peccato, ma lo spirito è vita a causa della giustificazione. [11]E se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi.
[12]Così dunque fratelli, noi siamo debitori, ma non verso la carne per vivere secondo la carne; [13]poiché se vivete secondo la carne, voi morirete; se invece con l’aiuto dello Spirito voi fate morire le opere del corpo, vivrete” (Rm 8,5-13).
Il cristiano ha scelto il bene e Dio-Cristo lo aiuta in questa vita a restare, crescendo, in esso. Poi risusciterà un giorno anche il suo corpo, mortale a causa del peccato.
Fin qui la dialettica bene/male a livello individuale. Ma la vita è anche sociale, collettiva e internazionale.
Al livello delle relazioni interpersonali non può non riprodursi e proiettarsi la dinamica della scelta interiore e della collocazione in uno dei due campi, il bene e il male. Sant’Agostino parla perciò di due Città, ovvero di due sole categorie/classi di persone, non ne esistono altre: quelli che amano se stessi fino al disprezzo di Dio e quelli che amano Dio fino al disprezzo di sé stessi. I primi, che secondo Sant’Agostino formano la Città degli uomini, scelgono il male. Sono narcisisti, amano e coltivano le loro passioni, che sono il vero movente anche del loro agire sociale, cosicché si realizza, per loro, oggi massa, ciò che diceva Freud:
“L’Io è la facciata dell’Es”. Dalla sessualità all’avidità, alla superbia che con orgoglio e finta intelligenza razionalizza e legittima le prime due, la loro vita psichica e relazionale poggia sulle passioni egoistiche, pure variamente camuffate, consce e inconsce, ma non sullo Spirito di Dio. L’Es, diceva Freud, obbedisce al principio del piacere, non a quello del dovere. Anche se in realtà l’edonista, che segue il piacere materiale, ignora quello che sperimentano i veri cristiani, soprattutto i Santi, e che aveva spiegato nel Rinascimento pure il filosofo cristiano epicureo Lorenzo Valla: i piaceri maggiori sono quelli spirituali. Essi vengono dall’unione dell’anima con Dio, che, come insegna l’induismo, è Sat – Cit – Ananda, ovvero eterno, onnisciente, colmo di felicità. Con Cristo tale felicità diventa eterna anche per chi lo segue, dopo averla sperimentata a momenti in questa vita, accompagnata comunque dalla pace interiore che viene da Dio.
Ma nelle società e nella Storia umana, c’è chi proprio non vuole lasciare le proprie passioni egoistiche. Interiormente schiavi, come tossicodipendenti, e spiritualmente ciechi, costoro formano quella Città degli uomini, secondo la definizione agostiniana, che combatte la Città di Dio, ovvero coloro che hanno visto la loro miseria e preferiscono seguire Dio. Si generano così conflitti innanzitutto microsociali, perché chi vive nel male odia, e neanche sopporta ciò che mette in discussione il vizio. La stessa esistenza o presenza della persona virtuosa non è tollerata, perché essa, anche tacitamente, richiama la colpa della persona carnale. L’orgoglio acceca e genera odio. Sotto c’è anche il timore di perdere l’amato piacere (legato alla sessualità, al denaro, ecc.). La frustrazione, anche solo temuta, scatena l’aggressività, in tutte le sue forme, che vanno dalla critica, pseudo razionale, alla polemica, alla diffamazione, alla calunnia, all’etichettamento (labeling) emarginante, al rifiuto, alla discriminazione, alla violenza fisica.
Sono gli appartenenti alla Città degli uomini, le persone carnali, a scatenare i conflitti. La Città di Dio è pacifica, ama, addirittura i nemici, di cui vede, con compassione, la miseria spirituale. Quando non è così, o non è stato così, tale Città non è/era veramente di Dio, che è amore, pace, gioia, come spiega San Paolo.
Quello che regola fondamentalmente le dinamiche interpersonali, ovvero la dialettica spirituale descritta, regge pure i rapporti sociali tra i gruppi e tra gli Stati. La Storia umana ha dunque una determinante struttura spirituale, prima che materiale, come invece sostenuto da Marx, o culturale, come diceva d’altro canto Parsons. Chi è arrivato a tale conclusione, dopo Sant’Agostino, è stato il grande storico e filosofo inglese A. Toynbee.
Mentre le altre filosofie della Storia riproducono, ma camuffandolo e distorcendolo, lo schema cristiano dell’azione della Provvidenza nel tempo, come ha spiegato K. Löwith (cfr. “Significato e fine della Storia “, Ed. Il Saggiatore), Toynbee ha chiaramente visto e detto che l’evoluzione delle civiltà è in ultima analisi di tipo spirituale.
Löwith lo critica pensando che abbia sovrapposto la sua fede cristiana all’indagine scientifica. In realtà Löwith ha torto per vari motivi, ma innanzitutto perché non è logico separare le due cose, come ha detto É. Gilson.
“In Cristo sono nascosti tutti i misteri della sapienza e della scienza”, ha scritto San Paolo. E questo vale anche per le dinamiche individuali, sociologiche e storiche. Toynbee (cfr. “A study of History”) lo ha, in certa misura, dimostrato.
Marco Santoro – 2° classificato a concorso Professore/ricercatore di Pedagogia generale e sociale c/o Università dell’Aquila 2002
Già Cultore di Storia della Pedagogia e Pedagogia sociale c/o Università di Cassino
Docente di Filosofia e Storia nei Licei
Professore a contratto all’Università di Cassino. Autore di pubblicazioni scientifiche
In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it
Foto copertina: immagine generata dall’AI

