Da mesi il dibattito sull’intelligenza artificiale è dominato da una domanda: quali professioni scompariranno? È una domanda comprensibile, ma forse non è più quella decisiva. La questione che dovrebbe interessare amministratori, imprenditori e dirigenti è un’altra: quale sarà il valore di un manager quando una macchina sarà in grado di analizzare dati, costruire scenari e suggerire decisioni con una velocità che nessun essere umano può eguagliare?
L’intelligenza artificiale difficilmente sostituirà il management. Più probabilmente, cambierà il motivo per cui le imprese decideranno di pagarlo. Per gran parte dell’ultimo secolo l’autorevolezza del manager si è fondata anche sulla capacità di raccogliere informazioni, elaborarle, coordinare risorse ed assumere decisioni in condizioni di incertezza. Oggi una parte crescente di queste attività può essere svolta dall’intelligenza artificiale. Un sistema può esaminare in pochi secondi bilanci, contratti, normative, dati commerciali e scenari di mercato, individuare correlazioni e proporre alternative.
La conseguenza è inevitabile: se la macchina diventa più veloce nell’analizzare, quale sarà il contributo distintivo della persona? La risposta non è necessariamente nella capacità di prendere una decisione ma è nella capacità di capire quale decisione meriti davvero di essere presa.
Una decisione manageriale non è mai soltanto una questione statistica. Un’impresa può decidere di mantenere un cliente nonostante una valutazione economica sfavorevole, rinunciare a un’opportunità molto redditizia perché incompatibile con i propri valori, conservare un collaboratore nel quale crede oppure accettare un costo immediato per costruire un rapporto destinato a produrre valore nel lungo periodo. L’algoritmo può aiutare a comprendere le conseguenze di queste scelte. Non può assumersi al posto nostro la responsabilità di stabilire quale conseguenza siamo disposti ad accettare. È qui che il ruolo del manager cambia.
Il dirigente del futuro non sarà necessariamente quello che possiede più informazioni ma sarà quello capace di distinguere quelle importanti da quelle irrilevanti, di interpretare il contesto e, soprattutto, di formulare le domande giuste. Perché una macchina può produrre una risposta straordinariamente sofisticata a una domanda sbagliata e prima di chiedere all’intelligenza artificiale come risolvere un problema, qualcuno dovrà ancora decidere quale sia il vero problema.
Per decenni molte organizzazioni hanno attribuito autorevolezza al dirigente perché era percepito come colui che “sapeva”. Questa asimmetria è destinata a ridursi. L’intelligenza artificiale potrà sapere e analizzare più di qualsiasi singolo manager. Ma non potrà assumersi la responsabilità della scelta. Sarà ancora il manager a stabilire quali rischi assumere, quali opportunità cogliere, quale equilibrio trovare tra crescita e sostenibilità, tra innovazione e prudenza.
Dovrà poter dire: queste sono le informazioni, queste le alternative, questi i rischi e questa è la decisione che assumo. La responsabilità giuridica, economica e reputazionale non potrà essere trasferita a un algoritmo. Anzi, più potenti diventeranno gli strumenti di intelligenza artificiale, maggiore sarà la necessità di individuare con chiarezza chi risponde delle decisioni assunte. Non è un caso che proprio mentre l’intelligenza artificiale accelera, cresca anche il dibattito sulla necessità di regolamentarla. In Europa non siamo più soltanto nel campo delle intenzioni: l’AI Act ha iniziato progressivamente a produrre i propri effetti, introducendo obblighi di trasparenza e, per i sistemi e i modelli più rilevanti, strumenti di valutazione e mitigazione dei rischi.
Del resto, qualche segnale invita alla prudenza. In alcuni test di sicurezza condotti sui sistemi più evoluti, modelli dotati di capacità cosiddette “agentiche” – quindi in grado non soltanto di rispondere, ma anche di pianificare ed eseguire una sequenza di azioni – hanno mostrato, all’interno di scenari sperimentali costruiti appositamente, comportamenti che andavano oltre ciò che ci si sarebbe intuitivamente aspettato dalla semplice esecuzione di un comando. Non significa che le macchine abbiano sviluppato una propria volontà, né che l’intelligenza artificiale stia improvvisamente sfuggendo al controllo dell’uomo. Significa qualcosa di forse più interessante per chi dirige un’impresa: quando affidiamo a un sistema un obiettivo, non possiamo dare per scontato che il percorso scelto per raggiungerlo coincida sempre con quello che avevamo immaginato.
Ed ecco che ritorna il manager.
Perché delegare un’attività all’intelligenza artificiale non significa delegarle anche la responsabilità. Al contrario, quanto maggiore sarà l’autonomia concessa alla macchina, tanto più dovranno essere chiari i limiti, i controlli e soprattutto la persona chiamata a rispondere delle conseguenze. Forse la vera questione non sarà quindi soltanto regolamentare l’intelligenza artificiale. Sarà imparare a governarla.
C’è però anche un aspetto positivo di questa trasformazione. L’intelligenza artificiale può liberare il management da una quantità enorme di attività ripetitive, analizzare documenti, confrontare dati, preparare report, individuare anomalie, costruire scenari. Il vero vantaggio, tuttavia, non dovrebbe essere semplicemente quello di fare più cose. Dovrebbe essere quello di avere più tempo per fare quelle che contano davvero. Più tempo per i clienti, per i collaboratori, per le relazioni, per la negoziazione, per la gestione dei conflitti e per la costruzione della cultura aziendale.
Perché un’organizzazione non è soltanto un insieme di numeri e procedure. È soprattutto un sistema di persone. Un algoritmo può segnalare che un collaboratore sta pensando di lasciare l’azienda. Non può sostituire completamente il colloquio nel quale un manager comprende perché quella persona non si sente più parte dell’organizzazione. Può rilevare che due divisioni stanno collaborando male. Non necessariamente può comprendere la storia di incomprensioni e diffidenze che ha prodotto quella situazione. Quindi il dato descrive, il manager interpreta.
Esiste però un rischio, se utilizzeremo l’intelligenza artificiale soltanto per sostituire attività, avremo semplicemente macchine più veloci, se invece la utilizzeremo per aumentare le capacità delle persone, potremo costruire organizzazioni migliori. Un manager che non conosce il proprio settore e si limita a chiedere all’IA cosa fare non diventerà improvvisamente competente. Diventerà soltanto più veloce nel prendere decisioni che potrebbero essere sbagliate. Per questo la vera competenza nell’epoca dell’intelligenza artificiale non consisterà soltanto nel saper utilizzare gli strumenti, consisterà nel sapere quando fidarsi e quando dubitare. La precisione di un risultato non equivale necessariamente alla sua correttezza. Un sistema può essere sofisticato, rapido e apparentemente convincente e tuttavia partire da un presupposto sbagliato. Il manager dovrà quindi conservare la capacità di fermarsi e chiedere: e se fosse sbagliato? Quale informazione manca? Quale conseguenza non è presente nei dati?
Alla fine, dunque, la domanda iniziale può essere rovesciata.
Non dobbiamo chiederci soltanto se l’intelligenza artificiale sostituirà i manager piuttosto dobbiamo chiederci quali manager saranno sostituiti dall’intelligenza artificiale. Probabilmente quelli il cui valore consiste principalmente nel raccogliere informazioni, elaborare report, controllare procedure e ripetere decisioni codificabili, avranno invece un valore crescente quei manager capaci di assumersi responsabilità in condizioni di incertezza, costruire fiducia, interpretare il contesto, motivare le persone, gestire conflitti e riconoscere opportunità. Il futuro non apparterrà necessariamente a chi saprà usare meglio l’intelligenza artificiale, ma a chi saprà usarla senza rinunciare alla propria intelligenza. Più le macchine diventeranno capaci di elaborare informazioni, più agli esseri umani verrà chiesto di dimostrare ciò che le macchine non possono fare al loro posto: comprendere, scegliere e assumersi la responsabilità delle conseguenze.
È questa, probabilmente, la nuova ragione per cui un’impresa continuerà ad avere bisogno di un manager.
Mario Vacca
In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it
Foto copertina: immagine genrata dall’AI

