“L’industria tecnologica vuole farci credere che una educazione precoce alimentata dall’intelligenza artificiale sia inevitabile o necessaria. Noi non la vediamo in questo modo”.
Con queste parole, nei giorni scorsi, il sindaco di New York Zohran Mamdani ha presentato il divieto di un anno di utilizzo di strumenti di intelligenza artificiale generativa destinati agli studenti dalla 2-K all’ottavo grado (equivalenti alle nostre scuole primarie e secondarie di primo grado), circa 600.000 studenti.
Ma non finisce qui.
Saranno disattivate, inoltre, le funzioni di intelligenza artificiale in oltre 38 programmi didattici finora approvati che non rispettano i nuovi standard di sicurezza e saranno vietati i chatbot di supporto in tutte le classi.
Sempre nel discorso di presentazione del divieto riguardante l’utilizzo dell’intelligenza artificiale nelle scuole, il sindaco Mamdani evidenzia che: “I bambini hanno bisogno degli insegnanti e della connessione umana per imparare e per crescere. Hanno bisogno di sviluppare competenze insieme ai loro coetanei, di costruire relazioni con gli educatori e di affrontare e lottare con i problemi difficili da soli”.
La finalità è chiara ed inequivocabile: tutelare lo sviluppo cognitivo degli alunni più piccoli.
La decisione segue il giro di vite introdotto lo scorso anno, sempre dal sindaco di New York sull’utilizzo nelle scuole degli smartphone.
Nel mese di maggio scorso anche la Norvegia ha vietato l’intelligenza artificiale generativa nelle scuole nelle classi dalla prima alla settimana.
Anche in questo caso, così come affermato dal primo ministro norvegese Jonas Gahr Store, la misura è stata adottata per il timore che questa tecnologia rischia di far saltare ai bambini passaggi fondamentali nell’apprendimento della lettura, della scrittura e del calcolo di base.
Cosa avviene in Italia?
Il nostro Paese è, purtroppo in controtendenza rispetto a New York e la Norvegia.
In Italia, infatti, si registra una forte accelerazione per l’introduzione dell’intelligenza artificiale nelle scuole, giustificata come una forma di modernità imprescindibile, salutata da un entusiasmo tecnico – ottimista del sistema scolastico.
Nessun atto di legittima difesa cognitiva e politica, quindi, contro la colonizzazione della nuova tecnologia.
Anzi, nel nostro Paese si sperimenta l’introduzione deichatbot e tutor algoritmici nelle classi che comprendono la fascia di età 11 – 14 anni, attraverso progetti pilota.
Anche nelle scuole secondarie di secondo grado in Italia si registra l’attivazione di percorsi specifici dedicati alla “Scienza dei dati e intelligenza artificiale” nonostante autorevoli pedagogisti invitano a guardare oltre il mero marketing scolastico.
Il noto pedagogista Daniele Novara, ad esempio, ha parlato apertamente di rischio di desertificazione della capacità immaginativa, creativa e progettuale del cervello umano.
Un cervello spento o quanto meno addomesticato nelle sue funzioni fondamentali ai meccanismi di un software sarà difficile, secondo gli studiosi che criticano la forte presenza nella scuola italiana dell’intelligenza artificiale, che possa sviluppare un pensiero divergente, da sempre alla base dell’innovazione scientifica ed umanistica.
La scuola dovrebbe formare cittadini liberi di pensare autonomamente, senza ausili tecnologici e non dei meri utenti passivi di un software.
Rispetto, quindi, all’entusiasmo tecnico – ottimista del sistema scolastico italiano relativamente alla intelligenza artificiale, condividendo quanto detto e fatto dal sindaco di New York, il mio “pensiero” si pone “in direzione ostinata e contraria” (cit. Fabrizio De Andrè).
Avv. Emilio Graziuso – Avvocato Cassazionista e Dottore di Ricerca
Presidente dell’Associazione Nazionale “Dalla Parte del Consumatore“
In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it
Foto copertina: immagine generata dall’AI

