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La tirannia della rotta prefissata e il costo dell’immobilità

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Tra il ricatto del posto fisso e il consumismo compensativo: come il mito della stabilità trentennale ha inaridito la spinta creativa del Paese.

Esiste una forma di prigionia sottile, accettata con rassegnata gratitudine, che attraversa la società contemporanea: l’idea che l’esistenza debba svilupparsi lungo un’unica, immodificabile rotaia. Si compie un percorso di studi, si intercetta una casella lavorativa — spesso del tutto scollegata dalle intenzioni originarie — e vi si rimane incatenati per trent’anni, fino alla pensione.

In un Paese immobilizzato dalla paura del rischio e strangolato dalle garanzie formali, la continuità è diventata il bene supremo, il perimetro entro cui barattare la propria libertà in cambio della pura sopravvivenza.

La narrazione dominante definisce questo schema “sicurezza”.

In verità, si tratta di un sequestro dell’istinto vitale. Un mutuo trentennale, il timore dell’ignoto e la minaccia costante dell’incertezza economica operano come dispositivi di contenimento. L’individuo, imbrigliato in una traiettoria già scritta prima ancora del suo arrivo, viene persuaso che la sola condotta razionale consista nel fare il “bravo ragazzo”: restare nel vagone, evitare deviazioni, non mettere in discussione il tragitto.

La catena di montaggio mentale e i robot usa e getta

L’aspetto più drammatico di questo modello non risiede soltanto nella stasi economica, ma nella atrofia cognitiva che ne consegue. Replicare per ottantasei mesi consecutive le medesime mansioni, all’interno della stessa cornice e sotto il medesimo soffitto, produce una inevitabile taratura mentale. La mente umana, quando viene privata del confronto con l’inatteso, della vertigine del cambiamento e della necessità di riadattarsi, perde la propria elasticità.

È in questo terreno arido che si consuma la vera crisi dell’innovazione. L’innovatore e il problem solver non nascono all’interno di una routine immutabile; nascono laddove esiste la facoltà di connettere mondi eterogenei, di smontare il già visto, di assumere il rischio del pensiero divergente. La rigida architettura del lavoro fisso trentennale non genera menti eclettiche o visioni di ampio respiro, ma esecutori seriali: “robot usa e getta”, perfettamente sintonizzati sull’ordinario, rimpiazzabili in qualunque momento perché desensibilizzati alla complessità.

Il consumismo come micro-protesi di libertà

Privata della grande libertà — quella di scegliere chi essere, di modificare la propria rotta, di cambiare vita quando una forma ha esaurito la sua carica umana —, la persona cerca un’anestesia. È qui che si innesta la funzione sistemica del consumismo compensativo.

Non potendo incidere sulla traiettoria del proprio destino, l’individuo esercita una sovranità in miniatura nei corridoi del mercato. Scegliere un capo di abbigliamento rosso anziché uno verde, acquistare l’ultimo accessorio di tendenza o concedersi uno shopping frenetico non sono atti di vera scelta, ma valvole di sfiato. È la micro-libertà di plastica che il sistema concede volentieri in cambio dell’obbedienza strutturale: il diritto di variare le tonalità degli accessori per dimenticare di essere bloccati sempre sullo stesso binario.

Il dovere della deviazione

L’uomo non è conformato per la stasi di una condotta prestabilita. L’esistenza, al pari di ogni opera viva, esige trasformazione, manipolazione della materia e riorganizzazione continua degli spazi.

Come all’interno di un ambiente non si può accettare la condanna a guardare per sempre la stessa parete con la medesima disposizione di arredi e dipinti, così nella vita occorre rivendicare il potere di spostare gli elementi, di ridipingere le superfici, di cambiare rotta quando il percorso diventa una gabbia.

Riconoscere la trappola del binario è il primo atto di risveglio intellettuale. Uscire dall’ovvio e accettare la vertigine della scelta significa rifiutare il ruolo di ingranaggio inerte per riappropriarsi della propria sovranità: la libertà non è il miraggio di un compenso a fine mese per tenere l’acqua alla gola a livello del collo, ma la facoltà di rimanere, fino all’ultimo, gli unici e autentici architetti del proprio tempo.

Maurizio Domolato Melchiorre Salomone

In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it 

Foto copertina: immagine generata dall’AI

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