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“Cinemanifesto” Dopo Venezia che succede?

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La vita dei film che negli ultimi quattro anni hanno conquistato il Leone d’Oro racconta cosa può diventare un’opera dopo aver lasciato il Lido.

Oggi alle 20, con la consegna dei premi principali, l’83ª edizione della Mostra Cinematografica di Venezia giungerà alla sua conclusione e, come ogni anno, il Leone d’Oro comincerà il suo viaggio lontano dal Lido. Da sempre la Biennale viene accostata agli Oscar e Venezia è spesso considerata uno dei primi banchi di prova della stagione dei premi. Ma vincere al Lido non significa automaticamente arrivare fino all’Academy Award, tantomeno conquistare quello per il miglior film. Perché vincere Venezia significa entrare nella stagione dei premi, ma non necessariamente conquistare il pubblico. E, soprattutto, non significa essere destinati a perdurare.

Negli ultimi quattro anni il Leone d’Oro ha premiato quattro film molto diversi tra loro. Guardarli oggi, a distanza di tempo, permette di capire anche quali film le varie giurie abbiano ritenuto capaci di entrare nella storia.

All the Beauty and the Bloodshed (2022)

La vittoria del documentario di Laura Poitras, dedicato all’artista Nan Goldin e alla sua battaglia contro la famiglia Sackler, fu una delle scelte più politicamente nette degli ultimi anni. Ma più che un Leone veneziano è risultata una fenice, con un magro successo di incassi sia in Europa che negli Stati Uniti. Il film è arrivato agli Oscar nella categoria del miglior documentario e ha accumulato una lunga serie di candidature e premi nel circuito internazionale. È forse il caso più evidente in cui il Leone ha funzionato non come trampolino commerciale, ma come certificazione critica, confermandone la rilevanza ben oltre il circuito festivaliero.

Poor Things (2023)

Qui il Leone ha trovato invece la sua perfetta trasformazione industriale. Poor Things è partito da Venezia come oggetto cinematografico eccentrico e autoriale ed è arrivato agli Oscar come uno dei titoli simbolo della stagione. Undici candidature e quattro statuette, tra cui quella a Emma Stone come miglior attrice, e un botteghino mondiale capace di concorrere con i grandi kolossal. Lanthimos, all’epoca già considerato il nuovo genio del cinema, con la vittoria a Venezia riuscì a consacrare definitivamente la sua presenza nell’olimpo dei registi.

The Room Next Door (2024)

Anche in questo caso il Leone ha avuto soprattutto un valore simbolico. La pellicola di Almodóvar ha avuto una circolazione internazionale capillare, senza però trasformarsi in un fenomeno. È un successo proporzionato al tipo di opera e alla carriera del suo autore, un successo che è più prestigio che evento popolare. Resta il fatto che il primo film in lingua inglese del regista spagnolo sia una delle tante perle della sua eccentrica filmografia.

Father Mother Sister Brother (2025)

Il caso più difficile da giudicare è l’ultimo. Il film di Jarmusch, dopo la contestata vittoria – ricorderete il film arrivato secondo (The Voice of Hind Rajab) e tutte le manifestazioni collegate alla situazione Palestinese – raccoglie recensioni rispettose. In sostanza, un film riuscito ma forse non uno dei suoi migliori. Parliamo comunque di capolavori assoluti che il regista statunitense riesce a mettere su pellicola. Arrivato al pubblico anche attraverso la distribuzione della piattaforma MUBI, oggi vive soprattutto nella dimensione per cui era stato concepito cioè quella del cinema d’autore.

Che cosa resterà domani di quel Leone quando il tappeto rosso sarà stato smontato?

Samuel Cmpanella

In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it 

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