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Home Cultura Cultura e società “Cinemanifesto”: una nuova corrente dentro Venezia?

“Cinemanifesto”: una nuova corrente dentro Venezia?

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Tra guerra, paura e isolamento, alcuni dei film più discussi della Mostra sembrano raccontare un conflitto che resta fuori campo ma continua a agire sulle persone e sulle comunità.

Nella prima conferenza stampa d’apertura della Mostra, la Presidente di giuria Maggie Gyllenhaal ha insistito più volte sull’idea del festival come di una bolla felice, uno spazio necessariamente separato da un mondo attraversato da guerre, devastazioni e ingiustizie. Ma proprio perché questa bolla esiste, non può diventare un luogo di rimozione.

Una contraddizione solo apparente, e forse una delle chiavi attraverso cui leggere Venezia 83. Perché la violenza esterna c’è e, nei film che più hanno fatto discutere finora, non arriva sotto forma di grandi kolossal alla Nolan, ma rimane più velata, celata sotto una calma e un’ironia solo apparenti. È sullo sfondo, come una minaccia, una memoria, una condizione permanente. Quello che emerge è piuttosto il suo effetto sugli individui e sulle comunità: la paura, l’isolamento, la perdita di fiducia, l’impossibilità di riconoscersi ancora in uno spazio comune.

Uno dei punti di partenza potrebbe essere Wild Horse Nine di Martin McDonagh, con John Malkovich e Sam Rockwell. Nel Cile del 1973, alla vigilia del golpe contro Allende, due agenti della CIA vengono spediti sull’Isola di Pasqua. La Storia è enorme, ma McDonagh sceglie di raccontarla quasi come un racconto fiabesco, attraverso due uomini compromessi, malati, stanchi, incapaci di liberarsi del proprio passato. Il golpe resta in gran parte fuori campo: ciò che vediamo è il suo riflesso sui corpi e sulle coscienze.

Mr. Nelson, Did You Kill People? di Shinya Tsukamoto, pur raccontando esplicitamente un reduce del Vietnam, interessa soprattutto per ciò che rimane quando la guerra è finita: il trauma come presenza che continua a deformare i rapporti con gli altri e con il mondo esterno. La guerra non è più soltanto ciò che è successo, ma qualcosa che continua a vivere nel presente.

Primetime di Lance Oppenheim, apparentemente lontanissimo dalla guerra. Qui il conflitto passa attraverso la televisione e la trasformazione della paura in spettacolo. La caccia al criminale diventa intrattenimento, il pubblico una comunità provvisoria riunita davanti allo schermo. Non a caso il film è fra quelli che hanno suscitato molte discussioni, mettendo al centro il rapporto sempre più ambiguo tra informazione, spettacolo e voyeurismo.

Bunker di Florian Zeller, con la coppia Javier Bardem e Penélope Cruz. Un architetto accetta di progettare il rifugio di lusso di un miliardario della tecnologia che vuole prepararsi al collasso della società. Idea che Zeller ha confermato anche in conferenza stampa, spiegando come proprio il progressivo allontanamento delle connessioni, paradossalmente prodotto dalla tecnologia, e l’idea di questi miliardari del tech di costruirsi un futuro separato dal resto del mondo, gli abbiano dato l’idea per il progetto.

Infine Imperium di Sergei Loznitsa, che nei voti di Cineforum è finora nettamente il film più apprezzato, sembra appartenere a questa costellazione: il potere non come evento eccezionale, ma come struttura che organizza la percezione della realtà. Uno dei documentari che certamente ha lasciato più perplessa e affascinata la platea del Lido.

Una Mostra dunque non dominata da un unico film-evento, ma attraversata da una correntecomune, una nuova forma di cinema sociale che sembra emergere contemporaneamente in luoghi e linguaggi diversi. Non propriamente cinema politico né pacifista, ma qualcosa di più complesso. È un cinema che sembra volersi scrollare di dosso la violenza spettacolarizzata, di cui è ancora vittima e carnefice, per tornare a interrogarsi su ciò che quella violenza lascia in ognuno di noi.

Samuel Campanella 

In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it 

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