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Gli antidiritti e l’oblio dell’essere: la negazione dell’uomo nella volontà di potenza

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L’epoca presente vive immersa in una retorica dei diritti che sembra non conoscere limiti, né misura. Si proclama diritto ciò che fino a poco tempo fa veniva percepito come contrario al diritto stesso: l’aborto, l’anticipazione programmata della morte, la ridefinizione artificiosa delle forme di convivenza e della stessa identità sessuata. Tutto appare suscettibile di divenire diritto, purché vi sia una volontà sufficientemente forte da imporlo e un consenso sociale che lo ratifichi. Eppure, dietro questa apparente espansione delle libertà, si cela un processo di regressione radicale: questi non sono diritti, ma antidiritti, ossia formazioni giuridico-culturali che non custodiscono, ma distruggono la realtà umana. Si obietterà, tuttavia, che ciò che qui viene affermato non è che un punto di vista, una visione tra le altre. Secondo la prospettiva dominante, il diritto non si fonda sull’essere, ma sul volere: esso è prodotto di convenzioni, di decisioni politiche, di accordi sociali mutevoli. Non esisterebbe un ordine oggettivo vincolante, bensì soltanto il gioco delle volontà che si impongono storicamente. Parlare di fondamento ontologico del diritto, in questo quadro, appare un retaggio arcaico, un’invenzione metafisica senza presa sulla realtà del divenire storico. Eppure, questa obiezione si autodissolve se presa sul serio. Se il diritto fosse mera convenzione, esso non avrebbe alcuna forza normativa intrinseca, ma solo la precarietà del consenso. Un diritto ridotto a decisione non può pretendere obbedienza, perché nulla lo distingue, nella sua struttura, da un capriccio individuale o da un atto di forza. La vincolatività del diritto esige, invece, un fondamento oggettivo, che lo sottragga all’arbitrio. Dire che il diritto si radica nell’essere significa affermare che esso non è ciò che noi vogliamo che sia, ma ciò che la realtà stessa ci mostra come giusto. L’analogia con la ragione teoretica è eloquente: le leggi della logica non sono vere perché noi le abbiamo decise, ma perché appartengono alla struttura dell’essere; la ragione non le crea, ma le riconosce. Così il diritto: esso non è invenzione, ma riconoscimento, non imposizione soggettiva, ma misura oggettiva. La giustizia non è creata dall’uomo, ma scoperta nell’ordine intrinseco dell’essere umano e del suo vivere comunitario. Si obietterà ancora: ma l’essere non parla, la natura non ha voce, solo l’uomo può attribuire senso e valore. E, tuttavia, questa obiezione cade nel circolo vizioso del relativismo: se il senso è solo attribuito, nessun senso è vincolante; se il valore è pura proiezione, nessun valore resiste alla forza del più forte. Al contrario, l’uomo può parlare di giusto e di ingiusto proprio perché la realtà è intelligibile, portatrice di un logos che la ragione può riconoscere. L’essere non tace, bensì parla nell’ordine stesso delle cose: nella differenza sessuale che costituisce la relazione originaria, nella vita come presupposto ineludibile di ogni altro bene, nella naturalità della comunità come condizione dell’autentica libertà. Gli antidiritti si rivelano, allora, per ciò che sono: negazioni dell’essere, figure di un diritto rovesciato che non custodisce, ma dissolve. Essi affermano un potere contro la vita, contro la verità del corpo, contro la misura della comunità. Sono l’espressione di una volontà di potenza che pretende di ricreare il mondo piegandolo al desiderio, ma che in realtà produce soltanto distruzione. La volontà che si separa dall’essere non genera un ordine nuovo, ma precipita nel caos; non apre spazi di libertà, ma genera tirannidi invisibili, fondate sulla manipolazione e sull’illusione. Dopo l’uomo che nega l’essere non c’è l’uomo emancipato, ma l’uomo dissolto, ovvero la sua cancellazione: la perdita della misura, la rottura del legame con la realtà, la dissoluzione della libertà stessa. Gli antidiritti, che si presentano come apice della civiltà giuridica, sono in realtà il segno del suo tramonto, poiché trasformano il diritto in strumento di autodistruzione. Il compito del pensiero, oggi, è allora quello di mostrare con chiarezza incontrovertibile che il diritto non si fonda sul consenso, né sulla forza, né sull’arbitrio, ma sull’essere. Solo nell’essere esso trova la sua verità e la sua forza vincolante. Solo così è possibile smascherare l’inganno dei falsi diritti e custodire l’uomo dalla dissoluzione che lo minaccia. In gioco non vi è un’opinione tra le altre, ma la condizione stessa della possibilità dell’uomo e del suo futuro.

Prof. Daniele Trabucco – Costituzionalista

In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it

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