Cinismo armato.Deep Thought
Il tempo ha appoggiato un labile velo sulle guerre silenti. Non le ha cancellate. Non ha potere sulla memoria.
Azione, reazione, obiettivo: lo Sciacallo riprende la testimonianza affidata alla Gazzetta dell’Emilia da una delle operazioni in cui è stato protagonista attivo.
Ecuador. In quale anno? «Nella seconda metà degli anni Novanta»: rotea lo sguardo e cerca la data da qualche parte nella memoria, quasi a dire che non importa.
Importa solo l’obiettivo. «In Ecuador non lo abbiamo del tutto raggiunto. Ma non dirò il perché.». E inizia subito con gli omissis.
Precisazione numero uno
Siede sulla sedia dell’intervistato con alcune osservazioni che chiede di mettere in evidenza. La prima: «Noi delle forze speciali, prima, e mercenari, poi, cioè il mio gruppo di colleghi e io, non eravamo e non siamo guerrafondai. Difficile capirlo. A noi non interessava uccidere. Quella era l’ultima cosa. Noi dovevamo raggiungere l’obiettivo. Tutto il resto era solo una sequenza di ostacoli da superare».
Ingaggio
Si diventa mercenari se già ci si trova nel raggio di comunicazione delle agenzie. All’epoca dei fatti raccontati qui, le agenzie sono turche, inglesi oppure belghe. «Le agenzie turche erano balorde, cioè poco sicure. Non era certo essere pagati. Ma questo non era l’unico dato di incertezza».
Lo Sciacallo accetta l’ingaggio di un’agenzia inglese, alla quale arriva attraverso il passaparola fra colleghi.
«Erano gruppi di lavoro composti da persone competenti, che conoscevano il lavoro e sapevano come condurre una selezione per le missioni. Per una missione come quella in Ecuador (alla quale abbiamo fatto cenno alla fine dell’ultima intervista pubblicata, ndr) era possibile percepire somme nell’ordine di quattordici oppure diciotto milioni di lire italiane al mese».
Quali erano i criteri alla base di una proposta economica? «Il compenso era pensato e calcolato in base alla percentuale di rischio. Fino a una certa percentuale di rischio l’agenzia proponeva un fisso. Oltre quel livello si negoziava, chiedendo una somma commisurata alle proprie potenzialità tecniche e fisiche».
Il colloquio come e dove aveva luogo? «In una città inglese. Si svolgeva in lingua inglese, alla presenza di un traduttore. Non di un interprete – sottolinea lo Sciacallo – ma di un traduttore. Un traduttore traduce alla lettera. Nessuna mediazione o interpretazione». Alla lettera, parola per parola: una traduzione tecnica e fedele al contenuto di una comunicazione essenziale e diretta come una lama affilata. «Non dovevano e non potevano esserci fraintendimenti o incomprensioni».
Precisazione numero due
L’ha scritta dopo la seconda intervista; consegna l’appunto manoscritto. Ci ha pensato. Lo Sciacallo non è uomo da azioni casuali. Sulla definizione di mercenari: «Mercenari perché mercanteggiano la propria capacità. O la propria anima». Nella parte bassa, la nota riporta: «Alla fine ti fanno capire che cercavi quello che non avevi il coraggio di fare». Sugli addestramenti: «Ti distruggono per farti rinascere dalle tue macerie».
La prima meta
«Raggiunto e accettato l’accordo, l’agenzia comunicava la data di partenza». Una partenza regolare, ricorderà lo Sciacallo in diversi momenti della testimonianza, con i documenti reali di ciascun membro della squadra.
La prima meta è un Paese confinante con l’Ecuador. Quale? «Non lo dico». Lo Sciacallo insabbia la risposta. Le possibilità le rivela la cartina geografica: Colombia, Perù e Oceano Pacifico. Per quanto rivela lo Sciacallo, cioè niente, la prima meta potrebbe anche essere una nave ferma in acque internazionali nell’Oceano Pacifico.
Da qualche parte, nella prima meta del gruppo di lavoro, si tiene il primo briefing, la condivisione di informazioni sui fatti e sul territorio. «Il gruppo di lavoro doveva preparare le condizioni per un intervento delle forze dell’ordine locali e formali, finalizzato alla liberazione di un gruppo di desaparecidos».
Il primo briefing è dedicato all’ascolto. «Due donne scomparse, poi fuggite, avevano il compito di raccontarci, di trasferirci la loro esperienza. Attraverso la loro testimonianza raccoglievamo informazioni». Pausa. Lo Sciacallo ferma bruscamente il nastro della sua narrazione.
Il dolore della freddezza
Il silenzio non prelude a omissis. Ma sintetizza, nel luccicore repentino agli angoli più freddi e lontani degli occhi, la decisione di fare intendere senza inutili parole.
«Le due donne, come gli altri desaparecidos, avevano vissuto per lungo tempo incappucciate. Vivere senza un rapporto visivo con l’ambiente circostante attutisce l’uso dei sensi fino all’annullamento. Raccontavano le modalità di relazione con i loro carcerieri, chiamiamoli così. Loro avevano bisogno di buttare fuori, ma a noi non importava. Noi avevamo bisogno di informazioni».
Lo Sciacallo non parla di torture. Parla di violenza fisica inferta ai corpi delle donne, inermi e impossibilitate a una minima reazione di difesa. Violenze fisiche e de-umanizzazione.
Solo un accenno ai fatti di violenza, della durata di un paio di battute. Poi scivola via dall’argomento, muovendo lo sguardo alla ricerca di un altrove temporale.
«Il loro racconto era emotivamente forte. Per loro. Non per noi. Noi non avevamo emozioni». Pausa.
«Per questo motivo il briefing, durato circa quattro giorni, non poteva andare oltre le due o tre ore al giorno».
Riprende, parlando di sé e della propria squadra: «Non hai più sentimenti. Non hai più vibrazioni». Pausa.
Scivola ancora su di sé: «Io soffrivo il solletico. A un certo punto non lo soffrivo più. Ogni volta che ritorni da un’operazione sei più forte. Ma noi non eravamo i cattivi. Facevamo qualcosa che qualcuno doveva fare».
Le informazioni raccolte, protetti dall’armatura del cinismo e della professionalità, venivano sottoposte a un processo di analisi prima di decretarne la correttezza.
La verifica delle informazioni
«Le informazioni raccolte in sede di briefing dovevano essere verificate e sistematizzate, con il preciso intento di definire modalità, tempi e sequenza delle azioni finalizzate al raggiungimento dell’obiettivo. Terminato l’ascolto delle due donne, un gruppo di lavoro ristretto e selezionato ha raggiunto la meta delle azioni future: l’Ecuador».
Un piccolo gruppo della squadra costituisce il Poa, punto di osservazione e allarme. È il team che ha il compito di osservare, tracciare e incrociare i dati e le informazioni raccolte in precedenza, con l’obiettivo di verificarne la veridicità.
«Il gruppo dedicato al Poa rimane sul territorio della futura azione e lo osserva da vicino; traccia le dinamiche sociali dall’interno. E soprattutto ritorna con una precisa mappatura delle abitudini, degli usi, dei costumi e degli orari del luogo. Orari degli spostamenti, orari delle cose che accadono durante il giorno. La conoscenza delle abitudini permette di pianificare le azioni in modo efficace».
Quanto dura l’osservazione condotta dal gruppo di lavoro dedicato al Poa? «Dai quattro giorni a due settimane, il tempo che serve per avere dati certi». Pausa.
Per lo Sciacallo è difficile quantificare il tempo delle azioni e dei processi di analisi e verifica. «Non hai la percezione del tempo. Sei immerso. Totalmente concentrato nel raggiungimento dell’obiettivo». Il resto scompare oppure diventa residuale. Il cervello antico trae energia dalla razionalità e innesca e governa azioni chirurgiche orientate allo scopo.
L’obiettivo
Il ritorno del gruppo Poa permette di preparare l’azione. Verificate le informazioni e pianificato l’intervento, ci si dice con certezza lapidaria «chi fa che cosa, quando lo fa, come lo fa e che cosa non deve fare».
Lo Sciacallo e i colleghi conoscono bene i confini degli accordi e dei ruoli definiti. «In Ecuador noi dovevamo intercettare e trovare i desaparecidos».
Il motivo, il fine ultimo dell’azione? «Non lo so, non lo sapevo..E Non mi interessava. Noi dovevamo rendere possibile e sicura l’operazione delle forze dell’ordine legali, cioè dell’esercito del Paese». Pausa.
«Una parte dell’operazione non andò bene». Pausa.
«Erano sotto terra, in una miniera. Noi non li abbiamo liberati subito. Non potevamo. Sono rimasti sotto terra ancora per tre giorni. Abbiamo aspettato l’esercito. Noi avevamo fatto la parte sporca. L’esercito locale non apprezzava la nostra presenza. Ricordo bene i loro sguardi pungenti. Non ci sono state parole, ma solo uno sguardo. Sguardi che impari a leggere». Pausa.
«Sotto terra, nella miniera, erano in tanti. Siamo arrivati a un grande gruppo. Per arrivare a tanti – pausa – dovevamo scegliere. Per arrivare a tanti, abbiamo lasciatoa terra qualcuno. Loro stessi diventavano armi di difesa per chi era lì. Per questo erano un ostacolo».
Lo Sciacallo non racconta. Ha archiviato il ricordo nella memoria profonda, nel deep web? Silenzio denso. «Non c’ero lì. Non racconto». Come dire: non ero io.
A obiettivo raggiunto, il cinismo impedisce di tendere la mano a chi chiede aiuto. Impone l’attesa dell’esercito locale. Niente pathos, solo l’obiettivo da centrare.
Da qualche parte della testimonianza, lo Sciacallo fa riferimento al leitmotiv della sopravvivenza, condiviso con i colleghi, il Lord primo fra tutti: «Nel dubbio, uccidi». Un modo di dire, commenta lui. Un avvertimento. Se non lo fai tu, lo fa l’antagonista che hai di fronte.
«È capitato di non avere fatto, di non avere agito». La voce dello Sciacallo finisce in fondo alla gola. Non è un modo di dire, ma il ricordo di un’esitazione che non avrebbe dovuto esserci. «Poi ti porti dietro il rimorso. La colpa. È un lampo. Avrei dovuto agire. È questo che dici a te stesso».
Dopo l’azione
I componenti del gruppo si allontanano autonomamente dal luogo dell’azione e si disperdono. Ognuno per sé, a radio spente, ci si muove nel territorio circostante, a volte in un raggio di decine e decine di chilometri. Il mandato è raggiungere il luogo del prelievo nel giorno e all’ora stabiliti. «Non prima, non dopo», dice lo Sciacallo.
Si rimane nell’ombra finché il rumore delle pale dell’elicottero fa vibrare l’aria oppure il motore di un camion irrompe nel silenzio del luogo stabilito.
«Siamo tutti presenti, ma non ci vediamo. Quando sentiamo il rumore delle pale, ci mettiamo in una formazione tale da rendere sicuro l’atterraggio dell’elicottero. In quel momento capisci chi ce l’ha fatta e chi no». Il tempo di toccare terra e l’elicottero riparte.
«Ci si guarda. Si contano i presenti». Che cosa succede quando ci si ritrova sull’elicottero oppure sul camion? «Nessuna parola. Il silenzio. Il saluto con il pugno». Fist bump.
In elicottero o in camion, dove si va? «Si torna nel Paese confinante dove si era fatto il briefing. In quel Paese e da quel Paese si entra e si esce regolarmente, con i documenti ufficiali. Se ci si vuole fermare, lo si può fare».
L’azione è finita. Un’azione di supporto, quella ecuadoregna, con risvolti umanitari, anche se condotta con modalità non legali e congelata nel cinismo funzionale delle sequenze militari.
Precisazione numero tre
Macchine da guerra programmate per raggiungere un obiettivo. L’emozione è incarcerata nella corazza del cinismo. Ma si resta persone. L’emozione continua a respirare, nonostante il contenimento della ragione.
A margine del racconto ecuadoregno, lo Sciacallo si abbandona a un puzzle di ricordi, passati al setaccio crudo dell’obiettività prima di essere affidati alla parola.
Racconta di una missione a Mostar, in Bosnia. Descrive con brevi pennellate la sequenza di azioni, cadenzata nel tempo, condotta in Angola per la neutralizzazione di un magazzino. Interventi con risvolti umanitari.
A volte non ha applicato l’intero ventaglio delle proprie competenze. Oggi, come operatore attivo nel sociale, dice di applicare «solo il dieci per cento della potenzialità. Perché spesso ci si trova a dover assecondare persone che non sanno dare senso alla vita. Persone come noi, come me o come il collega Lord, devono rinunciare alla propria libertà di espressione perché risulteremmo troppo duri o forti. Tanto da non essere capiti».
Dalle azioni militari come mercenario a oggi, impegnato nel sociale, che cosa è cambiato? «Non ho cambiato strada. Ho solo cambiato lo sguardo».
Dall’Ecuador alle missioni ispirate a motivi umanitari: un’inesplorata ma reale versione dello Sciacallo. Sempre lui.
Francesca Dallatana
In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it
Foto copertina: immagine generata dall’AI

