55mila presenze, 6mila buyer internazionali e oltre mille espositori, Parma conferma la propria centralità nel collezionismo mondiale, mentre antiquariato, gioielli e orologi raccontano tre mercati profondamente differenti.
Ci sono manifestazioni che si misurano attraverso i numeri e altre che, pur dovendo fare i conti con essi, rappresentano qualcosa di più. Mercanteinfiera appartiene certamente alla seconda categoria. Passeggiare tra i padiglioni delle Fiere di Parma significa attraversare epoche, osservare l’evoluzione dei consumi, incontrare oggetti che hanno accompagnato generazioni e scoprire come ciò che ieri rappresentava un bene di uso quotidiano possa trasformarsi oggi in un oggetto da collezione, ma per chi osserva il mondo con gli occhi dell’economia e dell’impresa, Mercanteinfiera rappresenta anche uno straordinario laboratorio nel quale analizzare le trasformazioni della domanda, i cambiamenti generazionali e il rapporto, sempre più complesso, tra valore storico, valore affettivo e valore commerciale.
L’edizione autunnale, conclusasi l’11 ottobre, conferma la rilevanza internazionale della manifestazione, ma offre anche qualche spunto di riflessione.

Secondo il comunicato conclusivo diffuso dall’organizzazione, Mercanteinfiera ha registrato 55mila presenze e 6mila buyer provenienti da quattro continenti, numeri importanti, soprattutto se considerati in un contesto economico caratterizzato da consumatori prudenti, incertezza internazionale e trasformazioni delle abitudini di acquisto. Il confronto con l’edizione autunnale del 2025 evidenzia tuttavia una lieve contrazione, lo scorso anno i visitatori erano stati 56mila e i buyer internazionali oltre 6.500. La diminuzione delle presenze è quindi nell’ordine dell’1,8%, mentre quella degli operatori professionali appare più significativa. Non siamo certamente di fronte a un ridimensionamento della manifestazione, ma neppure sarebbe corretto ignorare questi segnali. Occorre infatti distinguere il successo organizzativo e di pubblico dall’andamento economico dei singoli comparti merceologici.
Una fiera può continuare ad attrarre migliaia di persone, offrire un’esperienza culturale di grande qualità e consolidare la propria reputazione internazionale, mentre alcuni dei mercati rappresentati attraversano difficoltà strutturali ed è proprio questo uno degli aspetti più interessanti dell’edizione appena conclusa. La partecipazione di operatori provenienti da Australia, Thailandia e Canada, accanto ai tradizionali mercati europei, americani e asiatici, dimostra comunque che Parma continua a rappresentare una piazza internazionale di riferimento. Una capacità di attrazione che costituisce un patrimonio economico non soltanto per il quartiere fieristico, ma per l’intero territorio.
Un appuntamento come Mercanteinfiera non si costruisce semplicemente mettendo a disposizione degli espositori uno spazio commerciale, occorrono capacità organizzativa, relazioni internazionali, conoscenza dei mercati e, soprattutto, la sensibilità necessaria per comprendere che il pubblico contemporaneo non cerca soltanto oggetti da acquistare, ma esperienze da vivere.
In questo senso, il lavoro delle Fiere di Parma merita un riconoscimento, la manifestazione ha progressivamente affiancato alla propria identità commerciale un programma culturale capace di raccontare gli oggetti attraverso le storie delle persone che li hanno utilizzati. Un ruolo importante è svolto da Ilaria Dazzi, brand manager della manifestazione, impegnata nel valorizzare un appuntamento che deve continuamente confrontarsi con le trasformazioni del collezionismo e con l’esigenza di attrarre nuove generazioni di visitatori ed altrettanto significativo è il lavoro di comunicazione curato da Antonella Maia, il cui ufficio stampa accompagna la manifestazione nella costruzione di una visibilità che supera ampiamente i confini locali. Perché organizzare una fiera significa anche saperla raccontare, soprattutto quando gli oggetti esposti rappresentano storie, culture e tradizioni che rischierebbero altrimenti di essere dimenticate.
Le mostre collaterali di quest’anno ne sono una dimostrazione, dai menù storici, tra i quali quelli del Titanic, alle cabine telefoniche, dai fazzoletti che hanno accompagnato momenti importanti della storia agli strumenti musicali asiatici, il visitatore è stato accompagnato in un percorso nel quale il valore culturale ha affiancato quello commerciale. Interessante anche l’introduzione di Vintage Photo Parma, dedicata alla fotografia storica e vernacolare, un segmento che dimostra come il collezionismo possa continuare a individuare nuovi ambiti di interesse.
Ma, lasciando per un momento il fascino delle esposizioni, è proprio osservando i principali settori commerciali che emergono le riflessioni più interessanti.
Probabilmente il comparto che sta vivendo la trasformazione più difficile è quello dell’antiquariato tradizionale, soprattutto dei mobili. Per generazioni, possedere un mobile antico rappresentava una forma di distinzione sociale, una testimonianza di cultura e, in molti casi, anche un investimento, un importante cassettone, una credenza, una libreria o un tavolo d’epoca costituivano beni destinati a essere tramandati. Oggi, tuttavia, qualcosa è cambiato.
Le nuove generazioni manifestano generalmente un interesse più selettivo verso l’arredamento antico tradizionale, non necessariamente perché non ne riconoscano la bellezza, ma perché sono cambiate le condizioni nelle quali vivono. Le abitazioni sono spesso più contenute, gli ambienti vengono progettati privilegiando funzionalità e versatilità e la mobilità lavorativa rende meno interessante possedere arredi ingombranti e difficili da trasportare. A ciò si aggiunge una trasformazione del gusto. Il mobile antico, soprattutto quello di grandi dimensioni, deve confrontarsi con un mercato che privilegia frequentemente linee essenziali, design contemporaneo e soluzioni modulari, non significa che l’antiquariato sia destinato a scomparire, significa piuttosto che il valore storico di un oggetto non coincide necessariamente con il prezzo che il mercato è disposto a riconoscergli. È una distinzione fondamentale.
Un mobile può conservare intatto il proprio pregio artigianale, la propria storia e la propria rarità, ma perdere parte della domanda commerciale; il risultato è un mercato nel quale i tempi di vendita si allungano, le trattative diventano più complesse e alcuni beni, un tempo considerati importanti investimenti familiari, incontrano difficoltà nel trovare nuovi acquirenti. Esistono naturalmente eccezioni significative. Il design del Novecento, i mobili di particolare qualità e gli oggetti capaci di inserirsi negli ambienti contemporanei continuano a suscitare interesse, anche presso collezionisti giovani. Il futuro del settore potrebbe quindi passare proprio dalla capacità degli antiquari di non limitarsi a vendere un mobile, ma di proporlo come elemento di un progetto abitativo contemporaneo. Perché il problema non è necessariamente convincere un giovane ad amare il passato, ma dimostrargli che quel passato può trovare spazio anche nella sua casa.
Diverso è il discorso per i gioielli antichi. In questo comparto la storia continua a rappresentare un elemento importante del valore commerciale, soprattutto quando si accompagna alla qualità dei materiali, alla manifattura e alla riconoscibilità dello stile. Un gioiello d’epoca possiede caratteristiche che lo distinguono profondamente da un mobile antico, occupa poco spazio, può essere indossato, custodito, regalato e tramandato, unisce quindi al valore patrimoniale una dimensione personale ed emotiva. Inoltre, quando realizzato con metalli preziosi e pietre di qualità, conserva una componente di valore legata ai materiali, pur senza che questa garantisca automaticamente il prezzo di rivendita. Le analisi internazionali confermano una buona capacità di tenuta della gioielleria di qualità. Naturalmente non tutti i gioielli antichi hanno lo stesso mercato, provenienza, autenticità, stato di conservazione, qualità delle pietre e riconoscibilità della manifattura continuano a determinare differenze anche considerevoli nelle quotazioni ma, rispetto all’antiquariato tradizionale, il gioiello sembra possedere una maggiore capacità di attraversare le generazioni. E forse non è un caso, un mobile richiede uno spazio nel quale essere collocato, un gioiello richiede soprattutto una persona che desideri indossarlo.
Ancora differente è il mercato degli orologi di lusso, probabilmente uno dei comparti nei quali il confine tra passione, investimento e speculazione è diventato più sottile. Negli ultimi anni alcuni modelli di marchi particolarmente ricercati hanno raggiunto quotazioni sul mercato secondario superiori ai prezzi ufficiali di vendita, un fenomeno alimentato dalla scarsità percepita, dalle liste d’attesa, dalla riconoscibilità dei marchi e dall’ingresso di acquirenti interessati non soltanto all’oggetto, ma alla possibilità di realizzare una rivalutazione economica. Quando però un bene viene acquistato prevalentemente nella convinzione che domani qualcun altro sarà disposto a pagarlo di più, il mercato assume caratteristiche che meritano attenzione. La storia economica insegna che le aspettative di rivalutazione possono sostenere i prezzi per periodi anche lunghi, ma non rappresentano una garanzia, il mercato degli orologi ha già conosciuto una fase di correzione dopo gli eccessi speculativi degli anni precedenti. Nel primo semestre del 2026, tuttavia, il mercato secondario internazionale ha mostrato una ripresa importante: secondo EveryWatch, il valore delle transazioni monitorate è cresciuto del 37,2% rispetto allo stesso periodo del 2025, raggiungendo 10,5 miliardi di dollari. Una crescita che dimostra come la domanda sia tutt’altro che scomparsa ma occorre distinguere tra l’interesse autentico del collezionista e quello di chi considera l’orologio esclusivamente uno strumento finanziario. Un modello raro, documentato, ben conservato e realmente desiderato dai collezionisti può mantenere una domanda significativa un orologio acquistato soltanto perché particolarmente richiesto in un determinato momento può invece esporre il proprietario a oscillazioni importanti. Il prezzo di un oggetto da collezione non rappresenta necessariamente il suo valore futuro e soprattutto non bisogna confondere il prezzo richiesto da un venditore con quello effettivamente riconosciuto dal mercato. Per questo, più che parlare di una bolla generalizzata, sarebbe corretto interrogarsi sull’esistenza di componenti speculative in alcuni segmenti dell’orologeria contemporanea.
Osservando questi tre comparti emerge un elemento comune: il cambiamento del rapporto tra le nuove generazioni e gli oggetti. Un tempo il patrimonio familiare veniva spesso identificato anche attraverso ciò che si possedeva, mobili, argenti, gioielli e oggetti di pregio rappresentavano una forma di accumulazione economica e sociale. Oggi le priorità sono differenti, la casa non è più necessariamente il luogo nel quale conservare per tutta la vita gli oggetti ricevuti dalle generazioni precedenti; le esperienze, la mobilità, la tecnologia e una diversa concezione del consumo hanno modificato il rapporto con il possesso.
Eppure sarebbe sbagliato sostenere che i giovani abbiano perso interesse per il collezionismo, perché il collezionismo non sta scomparendo. Sta cambiando oggetto ed è una trasformazione sulla quale tutti gli operatori del settore dovrebbero riflettere.
Il merito di Mercanteinfiera è proprio quello di continuare a mettere in relazione mercati, generazioni e culture differenti. La manifestazione non può naturalmente modificare da sola le dinamiche economiche dei singoli comparti, ma può contribuire add interpretarle, offrendo agli operatori opportunità commerciali ed ai visitatori strumenti per comprendere il valore degli oggetti. In questo senso, le mostre collaterali, gli incontri culturali e l’apertura a nuove forme di collezionismo non rappresentano semplici attività di intrattenimento. Sono parte di una strategia attraverso la quale una manifestazione storica cerca di rinnovare il proprio pubblico senza rinunciare alla propria identità.
Una sfida che riguarda, in fondo, molte imprese italiane.
Custodire la tradizione è importante, ma non è sufficiente.
Occorre comprenderne il valore, interpretare i cambiamenti della domanda e individuare nuovi modi per renderla desiderabile.
Mercanteinfiera tornerà a Parma dal 27 febbraio al 7 marzo 2027, nel frattempo, l’edizione appena conclusa lascia una considerazione che va ben oltre il mondo dell’antiquariato: il passato conserva sempre la propria storia, ma non necessariamente il proprio prezzo.
Ed è proprio nella capacità di distinguere questi due valori che si misura oggi la competenza di chi opera nel mercato del collezionismo perché la bellezza può essere senza tempo, ma il mercato, inevitabilmente, deve fare i conti con il presente.
Mario Vacca
In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it

