A Palazzo Madama il Cinquantenario dell’istituzione fiorentina. Arte, cultura, impegno internazionale e solidarietà legati da un filo comune: mettere il proprio talento al servizio degli altri, lontano dall’apparenza e dal clamore.
Ci sono fili che attraversano il tempo senza spezzarsi. Passano da una generazione all’altra, cambiano le persone, i luoghi e persino i Paesi, ma continuano a tenere insieme una storia.
È forse questo il significato più profondo emerso ieri mattina a Palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica, dove, su iniziativa del senatore Lucio Malan, si è tenuta la presentazione dell’Accademia Internazionale Medicea in occasione del suo Cinquantenario.
Cinquant’anni che conducono al 1976, quando il Commendator Raoul Di Fiorino, insieme a un primo gruppo di amici, fondò l’attuale Accademia con l’ambizione di raccogliere idealmente l’eredità dell’Accademia Platonica e di riportarne nel presente la capacità di fare incontrare pensiero, cultura, arte e conoscenza.

Non casualmente il motto scelto dall’Accademia è “Aedificans”, costruendo.
Una parola che, ascoltando gli interventi susseguitisi a Palazzo Madama, è sembrata assumere un significato ancora più attuale. Perché costruire non significa soltanto realizzare qualcosa destinato a rimanere. Significa anche mettere a disposizione degli altri ciò che si possiede: conoscenza, talento, relazioni, professionalità e, soprattutto, tempo.
È stato il Presidente Michele Coppola a guidare il racconto dell’Accademia e della sua presenza internazionale, dando spazio alle persone che oggi contribuiscono a proseguirne il cammino.
Il primo contributo è stato quello del Prof. Valerio Alecci, Rettore dell’Accademia, che ha restituito con pochi numeri e, soprattutto, con un’immagine particolarmente efficace, la dimensione del percorso compiuto.
Cinquant’anni di attività ininterrotta, spesi a tessere relazioni internazionali e a promuovere la cultura italiana nella sua accezione più ampia. Un cammino partito da Firenze, culla naturale dell’Accademia e del pensiero umanistico al quale essa si ispira, e progressivamente arrivato a Roma, Washington, New York e in Sudafrica, costruendo nel tempo una rete che oggi conta oltre quattrocento Accademici sparsi nel mondo. Una comunità internazionale che non vive però soltanto attraverso un’appartenenza formale. Gli Accademici trovano infatti riferimento e sostegno nelle numerose Deputazioni presenti nei diversi territori ed è proprio nel descriverle che Alecci ha utilizzato forse una delle immagini più belle dell’intera mattinata: “antenne culturali”. Antenne capaci di ricevere, ma anche di trasmettere.
Di intercettare esperienze, sensibilità, artisti, studiosi e professionisti nei diversi Paesi e, contemporaneamente, di portare nel mondo quella cultura italiana a trecentosessanta gradi che l’Accademia promuove da mezzo secolo.
L’immagine delle antenne culturali racconta così molto più di una struttura organizzativa. Racconta una concezione della cultura che non rimane chiusa all’interno di un’istituzione, ma viaggia, incontra altre culture, crea relazioni e poi restituisce nuova conoscenza. In fondo, anche questo significa Aedificans: costruire ponti prima ancora che sedi, relazioni prima ancora che strutture.
Da quella prima riflessione hanno poi preso forma le diverse testimonianze della mattinata: dall’Ing. Fabrizio Fanti, delegato per gli Stati Uniti, al Maestro Carlos Sablon, delegato per la Francia; dalla Dott.ssa Nicoletta Rossotti, curatrice d’arte, sino a Souzette Gordon, espressione della presenza dell’Accademia in Sudafrica. Professionalità, sensibilità e provenienze geografiche differenti che hanno raccontato una realtà capace di andare oltre i propri confini originari senza perdere il legame con quella cultura umanistica dalla quale trae ispirazione e progressivamente, intervento dopo intervento, è emerso un denominatore comune.
Mettersi al servizio degli altri.
Non necessariamente attraverso grandi gesti, non attraverso la ricerca di visibilità ma con quella disponibilità silenziosa che porta ciascuno a mettere una parte delle proprie capacità a disposizione di un progetto più grande della propria persona.
Uno dei momenti più intensi della mattinata è arrivato dal Sudafrica e dalle parole dello scultore Marco Olivier. Artista di fama internazionale e membro dell’Accademia, Olivier ha legato una parte importante della propria esperienza artistica alla figura di Nelson Mandela. Il rapporto con la sua eredità lo ha portato a essere incaricato dalla House of Mandela di tradurre in bronzo alcuni dei suoi simboli più riconoscibili e a diventare scultore ufficiale del progetto Reflections of Nelson Mandela ma a Palazzo Madama non è stato soltanto il bronzo a raccontare Mandela.
È stato soprattutto un ricordo.
Olivier ha raccontato l’emozione provata davanti alla cella nella quale Mandela trascorse lunghissimi anni della propria prigionia, pochi metri, uno spazio essenziale, quasi soffocante. Eppure da quel luogo è passata una delle più grandi testimonianze contemporanee di libertà, dignità e capacità di trasformare la sofferenza personale in un patrimonio destinato agli altri.
Per qualche istante l’arte ha così lasciato spazio all’uomo.
Ed è proprio lì che quel filo invisibile che attraversava la mattinata è diventato ancora più evidente, non si tratta, naturalmente, di accostare storie e sacrifici incomparabili tra loro, si tratta piuttosto di riconoscere un principio universale: il valore di ciò che costruiamo cresce quando ciò che sappiamo fare smette di appartenere soltanto a noi e viene messo a disposizione degli altri.
È lo stesso spirito che ha accompagnato un altro momento particolarmente sentito dell’incontro, quando, dopo averne illustrato l’attività, il Presidente Coppola ha chiamato ad intervenire Mario Vacca, nella duplice veste di Accademico e Presidente di Demetra Borbonica.
Vacca ha portato nell’aula del Senato l’esperienza di un’associazione nata dall’incontro di professionisti che hanno deciso di destinare una parte delle proprie competenze, delle proprie relazioni e del proprio tempo al sostegno delle persone più fragili, con una particolare attenzione ai bambini. Anche in questo caso il punto non è stato semplicemente raccontare quanto realizzato.
È stato raccontare come lo si è realizzato, senza trasformare la solidarietà in una vetrina, senza che il gesto compiuto debba necessariamente diventare occasione di pubblicità personale.
Fare prima di raccontare. Aiutare prima di apparire.
Un modo di intendere l’impegno che è stato compreso e apprezzato dalla platea e che ha finito per ricongiungersi naturalmente a quanto ascoltato durante gli altri interventi.
Arte, cultura, scienza, relazioni internazionali, solidarietà, mondi apparentemente lontani che a Palazzo Madama hanno mostrato di poter essere espressioni differenti della stessa idea di servizio.
E allora anche il Cinquantenario dell’Accademia Internazionale Medicea assume un significato diverso.
Nel 1976 nasceva un’istituzione che avrebbe fatto della cultura e del dialogo tra le discipline la propria ragione d’essere. L’anno successivo, nello storico Salone di Leone X della Villa Medicea di Poggio a Caiano, prendeva vita la prima edizione del Premio Lorenzo il Magnifico, destinato negli anni a riconoscere personalità distintesi nella cultura, nell’arte, nella scienza, nella letteratura, nell’imprenditoria e nel mecenatismo. Da allora sono passati cinquant’anni.
Sono cambiate generazioni, linguaggi e confini. L’Accademia ha costruito relazioni internazionali, promosso manifestazioni culturali, mostre, convegni e incontri, mantenendo al centro l’idea che il sapere abbia valore soprattutto quando riesce a generare nuovo sapere e quando diventa strumento di crescita collettiva.
È questa l’eredità che oggi arriva nelle mani di chi continua quel percorso perché celebrare cinquant’anni non significa soltanto guardare indietro, significa domandarsi cosa fare dei prossimi cinquanta.
E forse la risposta era già contenuta nelle persone sedute ieri mattina a Palazzo Madama: un professore, un ingegnere, artisti, rappresentanti internazionali, professionisti e uomini e donne impegnati nel sociale. Persone diverse, unite non dall’appartenenza a un medesimo mondo professionale, ma dalla disponibilità a condividere ciò che sanno e ciò che possono fare.
In fondo è proprio questo che permette a un’istituzione di attraversare mezzo secolo senza diventare soltanto custode della propria memoria. La capacità di trasformare la memoria in responsabilità.
Di prendere ciò che è stato costruito da chi ci ha preceduto e aggiungere un nuovo mattone, senza preoccuparsi troppo che su quel mattone rimanga scritto il proprio nome.
Da Firenze a Roma, dagli Stati Uniti alla Francia, sino al Sudafrica, il filo che attraversa oggi l’Accademia Internazionale Medicea sembra essere ancora quello racchiuso nel suo motto.
Aedificans. Costruendo.
Costruendo cultura.
Costruendo relazioni.
Costruendo opportunità.
Costruendo solidarietà.
Ma soprattutto costruendo per gli altri.
Forse è proprio questa, più di ogni celebrazione, la maniera migliore per onorare cinquant’anni di storia.
Mario Vacca
In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it

