C’è una distinzione che attraversa il cuore della crisi della Chiesa cattolica e che monsignor Carlo Maria Viganò pone al centro del suo nuovo libro: il Papato non è la stessa cosa del Papa. Il primo rappresenta un’istituzione di origine divina, fondata da Gesù Cristo; il secondo è un uomo, fragile e mortale, chiamato a custodirla e a trasmetterne l’insegnamento. Ma cosa accade quando, secondo l’analisi dell’arcivescovo, chi dovrebbe difendere questa istituzione finisce per allontanarsi dai suoi principi?
È da questa domanda che prende forma Scisma capitale. Quando il Papa è il primo nemico del Papato, il volume pubblicato nel settembre 2026 dalla Fondazione Exsurge Domine, con prefazione di Léon-Pierre Durin, terziario francescano e presidente di Médias, Culture et Patrimoine.
La tesi è radicale: la fedeltà al Papato potrebbe richiedere, in determinate circostanze, una resistenza nei confronti del Papa stesso. Una posizione che Viganò presenta come risposta a una crisi che ritiene senza precedenti nella storia della Chiesa.
Una crisi che parte dalla formazione
Nella sua ricostruzione, monsignor Viganò individua una delle radici del problema nella trasformazione della formazione ecclesiastica dopo il Concilio Vaticano II.
Secondo l’arcivescovo, le generazioni precedenti di vescovi, anche quelle più progressiste, avevano ricevuto una preparazione preconciliare che continuava a influenzarne il pensiero. Oggi, invece, seminari e università cattoliche non sarebbero più in grado di garantire una formazione culturale, filosofica, teologica e spirituale adeguata.
La questione, dunque, non riguarderebbe soltanto le scelte individuali, ma un intero sistema formativo. Viganò richiama il principio latino nemo dat quod non habet: nessuno può dare ciò che non possiede.
È una critica che investe direttamente la gerarchia ecclesiastica. Con il passare delle generazioni, sostiene, si sarebbe consolidata una struttura nella quale anche chi occupa i vertici potrebbe aver interiorizzato impostazioni ideologiche incompatibili con la tradizione cattolica.
Non soltanto responsabilità personali, quindi, ma una deformazione che, nella lettura di Viganò, investirebbe l’intero impianto ecclesiastico postconciliare.
Quando l’autorità diventa il problema
Il passaggio più controverso del libro riguarda proprio l’autorità. Chi dovrebbe custodire l’ortodossia, afferma Viganò, potrebbe diventare il primo responsabile della sua erosione.
L’arcivescovo sostiene che molti suoi confratelli non comprenderebbero pienamente la portata delle ideologie alle quali aderiscono. Questo, tuttavia, non li esenterebbe dal dovere di correggersi e di agire secondo la responsabilità derivante dal loro ministero.
Da qui nasce un’accusa particolarmente dura: coloro che dovrebbero difendere l’insegnamento cattolico finirebbero, secondo Viganò, per criminalizzare il dissenso legittimo, arrivando a indicare come scismatici proprio quanti contestano determinate scelte della gerarchia.
Il rovesciamento della prospettiva è evidente. La domanda non è più soltanto chi disobbedisce all’autorità, ma se l’autorità stia rimanendo fedele alla funzione che le è stata affidata.
Il Papa e il Papato: una distinzione decisiva
Viganò applica questa lettura anche al pontificato di Leone XIV e ai suoi predecessori postconciliari, con particolare riferimento a Francesco.
Nel suo giudizio, la collegialità conciliare e la sinodalità bergogliana avrebbero allontanato l’esercizio del governo ecclesiastico dall’essenza del Papato. L’arcivescovo contesta inoltre alcune scelte dottrinali e morali, le posizioni sull’immigrazione e sull’ecologismo, gli orientamenti politici e le aperture in materia LGBTQ, interpretandoli come elementi di una frattura con la tradizione cattolica.
Si tratta delle valutazioni espresse da Viganò, che individua proprio in questa contrapposizione il significato dello «scisma capitale».
La sua tesi, tuttavia, non coincide con la dichiarazione di una sede apostolica vacante. Riconoscere questa frattura, precisa, non significa negare l’esistenza di un Papa regnante, ma sostenere che il titolare dell’ufficio petrino possa trovarsi oggettivamente in contrasto con l’essenza stessa del Papato.
È qui che la distinzione assume il suo significato più profondo: difendere l’istituzione, anche quando si ritiene necessario opporsi a chi la governa.
Disobbedire per restare fedeli?
Il ragionamento conduce a una questione delicata: fino a che punto un fedele può disobbedire a un’autorità ecclesiastica?
Viganò sostiene che obbedire a ordini illegittimi, quando contrastano con l’insegnamento permanente della Chiesa, possa costituire un comportamento immorale. Richiama quindi il caso della Fraternità sacerdotale San Pio X e lo stato di necessità che essa rivendica in nome della salus animarum, la salvezza delle anime.
La difficoltà, nella sua prospettiva, è anche istituzionale: a chi può rivolgersi chi denuncia presunti errori o scandali se ritiene che le stesse persone chiamate a giudicare siano coinvolte nella vicenda contestata?
È una domanda che mette in discussione i normali meccanismi di correzione e giudizio all’interno della gerarchia ecclesiastica. Viganò ritiene che, quando le vie ordinarie risultano impraticabili, si debba ricorrere a forme straordinarie di resistenza.
Il riferimento conclusivo è a san Tommaso d’Aquino e alla prova consentita da Dio alle anime. In questa lettura, il tempo presente rappresenterebbe una fase particolarmente difficile per i cattolici chiamati a custodire la propria fede.
La conclusione dell’arcivescovo è netta: «Raccogliamoci dunque attorno al Papato per difenderlo da un Papa in scisma con esso».
Una formula che riassume l’intera impostazione del volume: non abbandonare il Papato, ma rivendicare la possibilità di opporsi al suo titolare quando lo si ritiene in contrasto con la tradizione che dovrebbe rappresentare.
Resta così al centro il nodo sollevato da Viganò: dove termina l’obbedienza e dove comincia il dovere di resistere? È attorno a questa domanda che Scisma capitale costruisce la propria denuncia, collocando il rapporto tra autorità, tradizione e fedeltà religiosa al centro di una delle contestazioni più radicali rivolte alla Chiesa postconciliare.
Andrea Caldart
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