Quasi un mese fa abbiamo rivolto un appello al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, all’ANCI Sardegna e all’ANCI nazionale. Nessuno ha risposto. E oggi viene da chiedersi se non sia proprio questa assenza di confronto a fare più rumore dei trenta chilometri di gallerie che l’Einstein Telescope dovrebbe scavare nelle viscere della Sardegna.
Sono oltre tre anni che noi, come giornale, scriviamo e documentiamo di questo progetto che è stato definito “la madre di tutte le servitù”. Tre anni nei quali abbiamo letto documenti, seguito annunci, analizzato dichiarazioni ufficiali e cercato di capire cosa significhi davvero portare nel territorio di Sos Enattos, fra Lula, Bitti, Onanì e gli altri Comuni coinvolti, una delle più grandi infrastrutture scientifiche mai progettate in Europa. I trenta chilometri di gallerie non sono una nostra invenzione giornalistica, né una scoperta dell’ultima ora: sono parte integrante del progetto e vengono descritti da anni nei documenti e nella comunicazione ufficiale. Stiamo dunque parlando di una realtà progettuale conosciuta, non di uno scenario immaginario.
Eppure, davanti alle domande che abbiamo posto, non è arrivato quel confronto pubblico che sarebbe naturale aspettarsi per un’opera di queste dimensioni.
Nessuno pretende che il Presidente della Repubblica stabilisca se l’Einstein Telescope sia scientificamente valido. Nessuno gli chiede di sostituirsi agli scienziati o di decidere dove debba essere costruito. Ma quando una popolazione pone interrogativi sulla sua trasformazione profonda, irreversibile e che esproprierà il territorio, rendendolo zona interdetta, il problema non è più soltanto scientifico: diventa democratico. E allora ci chiediamo quale significato abbia il ruolo di garante della Costituzione se davanti a una parte di quella comunità che chiede di essere ascoltata non si ritiene necessario nemmeno favorire un confronto.

Lo stesso vale per l’ANCI, che dovrebbe rappresentare proprio i comuni e quindi le comunità. Sos Enattos non è un punto sulla carta geografica, e Bitti, Lula, Onanì e gli altri Comuni interessati, non sono semplicemente luoghi convenienti perché poco popolati. Sono comunità già duramente colpite dalla mancanza di lavoro, nelle quali molti giovani sono stati costretti ad andarsene e dove la popolazione rimasta è in larga parte anziana. La scarsità di abitanti viene presentata come una straordinaria condizione scientifica per l’Einstein Telescope. Ma allora perché proprio la Sardegna? Con tutti quei deserti o tutte le zone spopolate e silenziose in ogni parte del mondo? Sarà perché “ha una posizione strategica nel Mediterraneo” o perchè “è uno dei posti più straordinari al mondo e agli americani piace venire qui”, citando le parole dell’ambasciatore Usa in Italia nella sua recente visita a nord della Sardegna. Già perché l’area con il diametro di 40 chilometri che sarebbe espropriata dalla disponibilità dei sardi, è un’enormità di spazio che spezzerebbe in due l’Isola.
Ed è qui che nasce il paradosso che la politica dovrebbe avere il coraggio di affrontare: una terra diventa ideale per una grande infrastruttura proprio perché è stata lasciata sempre più vuota?
Se è così, il rischio è terribile: che lo spopolamento finisca per trasformarsi da emergenza sociale in vantaggio strategico. Meno persone ci sono, meno è complicato trasformare il territorio. Meno giovani rimangono, più facile diventa occupare il territorio.
Si insiste nel fatto che, le attività agropastorali potranno continuare e che l’Einstein Telescope porterà opportunità, ricerca, occupazione e sviluppo, sciorinando numeri esponenziali per poi ridurli a poco più di un paio di migliaia di maestranze per lavori usuranti. Ma una grande opera non può essere raccontata soltanto attraverso i suoi benefici. Bisogna sapere quali saranno i vincoli, quali attività potranno essere svolte, quali condizioni dovranno essere rispettate per garantire quella “silenziosità” che costituisce l’elemento fondamentale nella scelta del sito e, soprattutto, chi avrà domani il potere di stabilire che cosa sarà compatibile e che cosa non lo sarà, visto che nella legge 41/2023 è già stato tutto deciso e sottoscritto da quei 20 Comuni, ma forse in pochissimi, oltre noi, l’hanno letto.
Perché una cosa è costruire un interferometro. Un’altra è scavare trenta chilometri di gallerie a centinaia di metri sotto terra e costruire intorno a esse un’infrastruttura destinata a funzionare per decenni, sempre sia quello davvero l’obiettivo.
Abbiamo individuato grazie al lavoro del Professor Renato Giovanetti delle falle nel progetto proprio nei calcoli del “silenzio”, che meritano risposte. Perché un progetto capace di rispondere pubblicamente alle critiche è molto più solido di uno che lascia le contestazioni senza contraddittorio.
Il problema diventa ancora più delicato quando vengono poste domande sulla sicurezza, sulle tecnologie e del loro uso duale, sui rapporti internazionali e sul possibile coinvolgimento di apparati dello Stato. Non possiamo affermare che l’Einstein Telescope sia un’infrastruttura militare, anche se è un interrogativo che si pongono in molti. Ma proprio perché il progetto viene presentato come un’infrastruttura scientifica pacifica e innocua, chiedere quali siano le sue effettive esigenze di sicurezza e quali soggetti saranno chiamati a garantirle dovrebbe essere considerato normale amministrazione.
Se non c’è nulla di particolare da spiegare, lo si spieghi. Se esistono ragioni specifiche, vengano illustrate, perché questa è trasparenza.
E poi c’è la Sardegna.
La questione più grande, forse, è il modello di rapporto fra la Sardegna e il potere che decide sulle grandi infrastrutture.
Da decenni questa terra viene chiamata a ospitare ciò che viene definito strategico: energia, infrastrutture, servitù, grandi impianti. Ora potrebbe arrivare una gigantesca infrastruttura scientifica sotterranea. E nuovamente ci viene raccontato che le ricadute future saranno importanti, che l’opera porterà sviluppo e che il territorio ne trarrà beneficio. Ma nella realtà delle tante servitù ormai presenti nella terra Sarda, c’è solo, occupazione, inquinamento, mentre la ricchezza prodotta, vola oltremare.
Ma quanto deve ancora aspettare la Sardegna per diventare finalmente protagonista delle decisioni che la riguardano?
Forse è questa la vera crisi d’identità che stiamo vivendo: una terra che rischia di essere considerata preziosa quando deve mettere a disposizione il proprio territorio e marginale quando chiede di esercitare il proprio diritto a partecipare alle decisioni.
E viene da pensare anche alla presidente Alessandra Todde. È facile immaginare la sua “preoccupazione” davanti alla prospettiva che proprio quei territori, già svuotati di giovani, possano diventare ancora più difficili da abitare e da vivere. Se la “silenziosità” deve diventare una caratteristica permanente dell’area, qualcuno dovrà spiegare fino in fondo che cosa significherà per chi oggi vive di agricoltura, pastorizia e piccole attività. E dovrà spiegare, magari, anche come si concilia questa esigenza con le altre trasformazioni infrastrutturali che stanno interessando la Sardegna.
Non è una guerra contro la scienza, è una battaglia per sapere chi decide, e soprattutto chi ne trae vantaggio?
Perché trenta chilometri di gallerie non sono un dettaglio. Sono una scelta territoriale enorme. E una comunità democratica ha il diritto di sapere non soltanto che cosa verrà costruito sotto i suoi piedi e cosa ci porteranno dentro, ma quale Sardegna verrà costruita sopra quelle gallerie. E soprattutto se una volta costruite le gallerie il progetto non dovesse farsi, come si giustificherebbe il miliardo e mezzo speso, ma soprattutto in cosa verrebbe convertito?
Per questo ancora oggi attendiamo una risposta al nostro appello.
Forse tutte le nostre domande hanno una risposta semplice.
Allora rispondete, non per noi, ma per i cittadini sardi.
Perché prima di scavare trenta chilometri sotto la Sardegna, i sardi hanno il diritto di sapere esattamente che cosa si vuole costruire, che cosa cambierà sopra e sotto la terra, quali saranno i loro diritti e chi avrà il potere di decidere sul loro futuro.
E se davvero non c’è nulla da nascondere, non dovrebbe esserci alcuna ragione per avere paura del confronto.
Andrea Caldart
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Foto copertina: immagine generata dall’AI

