Non sono numeri. Non sono statistiche. Sono persone. E dietro ogni nome, ogni fotografia, ogni storia interrotta durante la pandemia, c’è una famiglia che chiede ancora oggi risposte.
È questo il significato della mobilitazione annunciata per il 14 settembre a Roma, quando i familiari riuniti nel Comitato L’altra verità e nel Comitato nazionale familiari delle vittime “covid” torneranno a rivolgersi direttamente alle istituzioni. Una delegazione ufficiale sarà ricevuta nell’area di Palazzo San Macuto, sede della Commissione parlamentare d’inchiesta, mentre in Piazza Capranica è prevista una manifestazione nazionale alla quale hanno annunciato il proprio sostegno diverse realtà sociali e sindacali.
Non sarà soltanto una protesta, sarà, nelle intenzioni dei promotori, un atto di memoria.

Quei sacchi neri che raccontano una ferita
Tra i momenti più forti annunciati dagli organizzatori ci sarà un flash mob con sacchi neri, accompagnato dalle fotografie dei propri cari e dalle maglie bianche dei partecipanti.
È un’immagine volutamente dura. E proprio per questo interroga.
Durante le fasi più drammatiche della pandemia, le restrizioni imposte modificarono profondamente anche il modo di vivere la morte e il lutto. Molte famiglie si videro lese del diritto di accompagnare i propri cari negli ultimi momenti, ma peggio ancora di diverti vedere restituiti in un sacco nero come si fa con l’immondizia.
I comitati fanno di quella esperienza uno dei simboli della loro battaglia: il diritto al riconoscimento visivo della salma, che considerano parte integrante della dignità della persona e del diritto della famiglia a elaborare il lutto.
Il sacco nero, dunque, non vuole essere soltanto un oggetto scenografico. Per chi manifesterà, rappresenta ciò che è rimasto quando anche l’ultimo saluto è stato negato.
Dalla piazza alle carte della Commissione
Al termine della manifestazione, i portavoce dei comitati intendono consegnare direttamente ai membri della Commissione parlamentare d’inchiesta un documento programmatico.
La richiesta è quella di un cambio di passo radicale nei lavori investigativi.
Nel documento vengono indicate, tra le altre, le audizioni dei professori Suter e Remuzzi sul tema delle cure domiciliari, del dottor Gianatti sulle autopsie di Bergamo e del professor Franchini sulla vicenda del plasma.
Ma le domande poste dai familiari sono più ampie e riguardano alcuni dei nodi più controversi della gestione dell’emergenza: il collasso della medicina territoriale, il funzionamento delle USCA, la disponibilità di strumenti diagnostici sul territorio e l’approccio della cosiddetta “vigile attesa”.
Sono questioni sulle quali il confronto pubblico non può essere ridotto a slogan contrapposti.
Perché una democrazia matura non dovrebbe avere paura delle domande difficili. Dovrebbe, al contrario, avere gli strumenti per verificare, documentare e distinguere ciò che è accertato da ciò che resta da accertare.
Il tema delle cure e delle presunte discriminazioni
Particolarmente delicata è la parte del documento dedicata alle presunte discriminazioni subite da pazienti negli ospedali in relazione al loro status vaccinale.
I comitati denunciano casi nei quali, secondo la loro ricostruzione, sarebbero state negate o limitate cure considerate potenzialmente salvavita, citando anche gli anticorpi monoclonali. Chiedono inoltre di fare chiarezza su quello che definiscono un “doppio standard” nell’attività di alcuni medici legali e consulenti tecnici d’ufficio nei procedimenti giudiziari.
Si tratta di affermazioni che richiedono verifiche puntuali, documenti e contraddittorio. Ma proprio per questo meritano di essere esaminate nelle sedi competenti, in quanto accompagnate da elementi concreti.
La ricerca della verità non può funzionare per appartenenze.
Non dovrebbe esistere una verità “di parte” da difendere a prescindere. Dovrebbero esistere fatti da ricostruire, responsabilità da accertare e decisioni da comprendere.
Oltre la contrapposizione: la lezione che resta
Il rischio, quando si torna a parlare dell’epoca Covid, è quello di riproporre immediatamente le stesse contrapposizioni che hanno attraversato quegli anni: vaccinati contro non vaccinati, sostenitori contro critici, istituzioni contro cittadini.
Ma il tempo dovrebbe consentire qualcosa di diverso.
Dovrebbe consentire di studiare ciò che è accaduto senza paura di mettere in discussione decisioni che, col senno di poi, possono essere state giuste, sbagliate, necessarie, eccessive o semplicemente figlie di circostanze eccezionali.
Una commissione d’inchiesta ha proprio questo compito: raccogliere testimonianze, acquisire documenti, ascoltare competenze differenti e ricostruire le responsabilità politiche e amministrative là dove emergano.
E c’è una domanda che riguarda tutti, indipendentemente dalle proprie convinzioni sulla pandemia: quanto è importante che le istituzioni sappiano ascoltare chi ha perso qualcuno?
La risposta dovrebbe essere semplice: moltissimo, perchè il dolore non chiede un’opinione, chiede ascolto
Il 14 settembre, a Roma, non ci saranno soltanto richieste politiche, ci saranno fotografie, ci saranno nomi e ci saranno persone che porteranno in piazza una parte della propria storia.
La loro iniziativa non obbliga nessuno a condividere ogni denuncia contenuta nel documento. Ma dovrebbe ricordare a tutti una cosa essenziale: il dolore di una famiglia non diventa meno reale perché una questione è controversa.
Allo stesso tempo, trasformare quel dolore in una ricerca seria della verità significa accettare anche il rigore dei fatti, la verifica delle testimonianze e il confronto con le evidenze disponibili.
È probabilmente questa la sfida più importante che non scegliere tra memoria e verità, ma è fare in modo che la memoria pretenda la verità, restituendo dignità alla memoria.
Perché, al di là delle opinioni e delle appartenenze, una democrazia dovrebbe essere capace di guardare negli occhi il proprio passato, anche quando fa male.
Andrea Caldart
Foto copertina: immagine generata dall’AI

