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Connessi ma soli: la democrazia che si spegne quando scompare il “Noi”

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C’è una contraddizione che attraversa il nostro tempo e che forse racconta meglio di molte analisi, la condizione della società contemporanea: non siamo mai stati così connessi e, allo stesso tempo, non siamo stati così lontani gli uni dagli altri.

Possiamo parlare con chiunque, condividere pensieri in pochi secondi, partecipare a discussioni globali e assistere in diretta agli eventi che accadono dall’altra parte del mondo. Eppure, qualcosa sembra essersi indebolito: la capacità di stare insieme, di riconoscerci in un’esperienza comune, di trasformare il disagio individuale in una domanda collettiva.

Il confronto con gli anni Sessanta, e in particolare con il Sessantotto, diventa allora uno strumento per interrogare il presente. Non per idealizzare un’epoca attraversata da conflitti, violenze e contraddizioni, ma per capire che cosa sia cambiato nel modo in cui le persone costruiscono relazioni, identità e partecipazione politica.

La questione non è se oggi esista ancora il dissenso. La questione è se il dissenso riesca ancora a diventare comunità.

Dalla piazza allo schermo

Negli anni Sessanta, la contestazione nacque all’interno di una società in profonda trasformazione. L’espansione delle università, la crescita demografica, l’urbanizzazione e la diffusione di una cultura giovanile autonoma crearono le condizioni per l’incontro di migliaia di persone. Le università, le fabbriche e i quartieri non erano soltanto luoghi di passaggio: erano spazi nei quali si discuteva, si organizzavano assemblee, si producevano giornali e si costruivano identità collettive.

La protesta aveva una dimensione fisica. Richiedeva la presenza, il tempo condiviso, la discussione e spesso anche il conflitto diretto. Studenti e lavoratori potevano incontrarsi, riconoscersi e trasferire le proprie rivendicazioni da un ambiente all’altro. Esisteva, in altre parole, un’infrastruttura sociale capace di sostenere il dissenso.

Oggi la comunicazione è molto più rapida e accessibile. Chiunque può pubblicare un contenuto, lanciare una campagna o raggiungere un pubblico vastissimo. Ma questa apertura produce anche una frammentazione crescente.

Le persone vivono all’interno di ambienti informativi differenti, costruiti attraverso algoritmi, piattaforme, gruppi e interessi specifici. Un contenuto può diventare virale senza generare un’organizzazione stabile. Un hashtag può raccogliere migliaia di adesioni senza trasformarsi in un movimento capace di durare.

La visibilità, insomma, non coincide necessariamente con la partecipazione. E la connessione non coincide con la comunità così come la solitudine non è soltanto un problema individuale.

Quando parliamo di solitudine, siamo abituati a pensare ad una condizione personale: la mancanza di amici, l’isolamento, la difficoltà a costruire relazioni.

Ma esiste anche una dimensione collettiva della solitudine. Una società può essere composta da persone che comunicano continuamente e che, tuttavia, faticano a condividere spazi, esperienze e responsabilità.

La pandemia di Covid-19 ha reso evidente questa fragilità. Scuole, università, luoghi di lavoro, locali e spazi di aggregazione sono stati chiusi volutamente e fortemente limitati, proprio mentre le persone ne avrebbero avuto più bisogno per costruire e mantenere relazioni.

Il digitale ha svolto un ruolo essenziale: ha permesso di lavorare, studiare, comunicare e mantenere legami in una situazione eccezionale e ha reso possibile separare le persone, continuando a farle interagire da sole a distanza.

Questa ambivalenza merita attenzione. La tecnologia non ha creato da sola la solitudine e non tutte le persone vivono il digitale nello stesso modo. Tuttavia, quando la comunicazione a distanza sostituisce stabilmente una parte significativa dell’incontro diretto, può diventare più difficile costruire quelle relazioni profonde che richiedono tempo, presenza e confronto.

Una controcultura, non nasce soltanto dall’insoddisfazione: nasce quando persone insoddisfatte possono incontrarsi abbastanza a lungo da riconoscersi come gruppo.

Ed è proprio qui che il problema sociale incontra quello politico ovvero, quando si disgrega lo spazio pubblico.

La democrazia non è soltanto il momento in cui si vota. È anche ciò che accade tra un’elezione e l’altra: il modo in cui i cittadini discutono, si organizzano, si informano, difendono i propri diritti e partecipano alle decisioni che riguardano la collettività.

Perché tutto questo sia possibile, occorre uno spazio pubblico. Non necessariamente un’unica piazza fisica, ma un insieme di luoghi e pratiche nei quali persone diverse possano incontrarsi e confrontarsi.

Quando questo spazio si frammenta, la democrazia può incontrare difficoltà. Non perché le istituzioni scompaiano automaticamente, ma perché si indeboliscono alcune delle condizioni sociali che ne sostengono il funzionamento.

Se ogni individuo vive all’interno di un circuito informativo separato, diventa più complicato riconoscere problemi condivisi. Se il confronto si riduce a reazioni rapide, diventa più difficile ascoltare posizioni diverse. Se la protesta rimane confinata alla dimensione digitale, rischia di non tradursi in organizzazione, continuità e responsabilità.

Le piattaforme favoriscono mobilitazioni veloci, ma possano ostacolare la sedimentazione necessaria per costruire una visione complessiva della società.

Questo non significa che le forme contemporanee di partecipazione siano prive di valore. Significa piuttosto che dobbiamo interrogarci sulla loro capacità di creare legami che resistano oltre l’emozione del momento per non arrivare dalla contestazione alla dispersione.

Il Sessantotto non fu un fenomeno uniforme e non coinvolse indistintamente tutti i giovani. La sua importanza storica non dipende dall’idea che un’intera generazione fosse rivoluzionaria, ma dal fatto che una parte della società riuscì a trasformare il proprio dissenso in una cultura riconoscibile e influente.

Oggi il disagio è un fenomeno in crescita. Le crisi economiche, la precarietà, i costi abitativi, le tensioni internazionali e le conseguenze della pandemenza hanno prodotto nuove forme di insicurezza. Ma contestare il sistema quando si immagina di poter costruire un futuro diverso è una condizione differente dal contestarlo quando prevale la paura di perdere ciò che si possiede.

La differenza, dunque, potrebbe non essere una minore capacità di ribellione. Potrebbe essere una maggiore dispersione.

La rabbia diventa un post. L’indignazione si trasforma in un commento. La protesta si concentra in una giornata, una campagna, una tendenza. Tutto può raggiungere rapidamente un pubblico, ma non tutto riesce a costruire una comunità.

Il rischio è che il cittadino rimanga continuamente informato e continuamente reattivo, senza riuscire a diventare protagonista di un processo collettivo duraturo.

Ricostruire il «noi»

Non serve rimpiangere il passato per riconoscere che una democrazia viva ha bisogno di relazioni sociali. E non basta nemmeno condannare la tecnologia, che può essere uno strumento d’informazione, inclusione e organizzazione.

La sfida consiste nel capire come utilizzare le nuove possibilità di comunicazione senza lasciare che sostituiscano completamente l’incontro.

La democrazia si costruisce nelle istituzioni, ma anche nelle scuole, nei quartieri, nelle associazioni, nei luoghi di lavoro, nelle comunità e nelle conversazioni quotidiane. Si costruisce quando impariamo ad ascoltare chi non la pensa come noi, quando partecipiamo a una decisione comune, quando accettiamo di dedicare tempo a qualcosa che non produce un risultato immediato.

Una società democratica non ha bisogno che tutti condividano le stesse idee. Ha bisogno che le persone possano incontrarsi nonostante le differenze.

Forse la domanda più importante che il nostro tempo ci pone non è se siamo diventati meno capaci di protestare, ma se siamo ancora capaci di costruire qualcosa insieme.

Possiamo continuare a vivere in una società nella quale milioni di persone comunicano ogni giorno senza sentirsi parte di un destino comune? Possiamo considerare la democrazia pienamente vitale se la partecipazione si riduce progressivamente all’espressione di opinioni individuali?

Non esistono risposte semplici. E non è detto che il futuro debba ripetere le forme del passato.

Ma una riflessione rimane necessaria: se la democrazia è anche una pratica quotidiana, allora difenderla significa non soltanto scegliere chi ci rappresenta, ma mantenere vivi i luoghi nei quali impariamo a essere cittadini insieme.

Perché una società può essere connessa in ogni istante e, allo stesso tempo, perdere la capacità di riconoscersi come comunità. Ed è forse proprio da questa contraddizione che dovremmo ripartire.

Andrea Caldart

Foto copertina: immagine generata dall’AI

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