Di fronte agli scontri di piazza, tra cortei di studenti, insegnanti e famiglie e celerini in tenuta anti-sommossa copiosamente schierati, bisognerebbe chiedersi: questi ultimi, cosa stanno difendendo?
Il fascismo nella sua concretezza
L’abuso sistematico del termine “fascismo”, unito al progressivo impoverimento culturale di quello che, non a caso, è stato definito “popolino”, ha svuotato il concetto di ogni concretezza, trasformandolo in una formula vacua e priva di confini chiari nell’immaginario collettivo.
Al contrario, il fascismo possiede connotati precisi, ben oltre l’accezione storica del partito mussoliniano. Si tratta di un schema politico, il cui fine è negare il percorso e le fondamenta stesse della coesistenza democratica tra cittadini, e tra cittadini e istituzioni. Esso svuota l’istituzione-Stato di ogni funzione aggregativa e partecipativa, aggredendo i pilastri da cui nasce il processo democratico: mina lo sviluppo delle idee e dal dibattito civile che porti alla formulazione e nell’attuazione delle leggi, impedendo la partecipazione popolare che si esprime attraverso il voto periodico, certo, ma soprattutto attraverso le manifestazioni di piazza.
Lo smantellamento dei pilastri: il caso italiano
Per definire quindi il fascismo, conta soprattutto il risultato, non solo il metodo: la distruzione dei pilastri che permettono alle idee democratiche di fluire e di trasformarsi, attraverso un percorso civile, in scelte politiche. In tal senso, esistono indicatori precisi, già di per sé sufficienti a decretare il declino di una democrazia.
La distruzione della scuola pubblica e libera è la sistematica azione atta a rendere zoppa la democrazia. Privata di fondi, di contenuti culturali e formativi del pensiero critico, nonché della propria autonomia amministrativa, la scuola diventa infatti una fabbrica di meri votanti. La storia insegna che il controllo del potere politico inizia sempre dai banchi di scuola: non a caso, la prima grande riforma del ventennio fascista fu la Riforma Gentile del 1923, definita da Mussolini “la più fascista delle riforme”, mirata a creare una scuola rigidamente gerarchica e selettiva. Dall’assenza di pensiero critico deriva l’incapacità di riconoscere un fenomeno complesso come la destabilizzazione strutturale di una democrazia. Il risultato è una cittadinanza gravemente indebolita nelle sue competenze democratiche, sempre meno consapevole e sempre più incline a non riconoscere il fascismo laddove si manifesta.
Negli anni poi, si è delegittimata la laicità dello Stato fomentando un’idea di “Popolo Cristiano” per impedire la funzione sociale e politica del pluralismo religioso, ovvero aiutare nel garantire il senso comune di equità e giustizia egualitarie.
E’ stata drammaticamente minata l’informazione libera che dovrebbe agire come strumento utile alla formazione di idee di cittadini liberi. E’ stata vanificata l’idea stessa di trasparenza politica e amministrativa (anche grazie all’entropia burocratica). In ultimo, è stata attuata la repressione, lo scoraggiamento e la criminalizzazione delle manifestazioni di piazza.
La riorganizzazione delle élite
Nel contesto italiano tutto ciò è già ampiamente realizzato. Regna a una profonda corruzione occultata dal sistema mediatico ed è ormai evidente l’assoggettamento a interessi sovranazionali grazie a sistemi partitici diventati vere e proprie lobby asservite ai gruppi d’affari.
Le democrazie sono storicamente il risultato dello scontro violento, doloroso e secolare tra i popoli oppressi e gli eserciti al servizio delle oligarchie, le quali però, trovano sempre il modo di riorganizzarsi.
Si pensi all’Iran – dove nel 1953 il colpo di Stato orchestrato dai servizi segreti occidentali (Operazione Ajax) rovesciò il governo democratico di Mossadegh per proteggere gli interessi petroliferi – ma anche alla Francia, storicamente la culla delle rivoluzioni democratiche europee, puntualmente insidiata da destre che tentano di scardinare le basi democratiche con il sostegno de facto delle pseudo-sinistre.
Quando i canali di partecipazione vengono tagliati, la storia ci insegna che il popolo reagisce solo in due modi: o subisce la schiavitù (che però va mantenuta militarmente) o inizia a esercitare il legittimo diritto alla resistenza.
L’”anti” sommossa popolare
Il ruolo dei corpi speciali anti-sommossa è un elemento chiave per leggere lo stato di salute di una democrazia. Il loro mandato teorico sarebbe proteggere l’ordine costituito dal sovvertimento violento della democrazia, prevenendo in ogni modo la violazione della Costituzione.
Ma cosa succede quando la democrazia è già stata, di fatto, svuotata delle sue fondamenta?
Succede come nel Biennio Rosso e nei mesi successivi (1920-1922) quando, con la complicità dello Stato, si utilizzò la forza pubblica in modo brutale per reprimere scioperi e manifestazioni di operai e contadini che chiedevano diritti sociali e le questure fecero da spalla e appoggio logistico alle violenze delle squadracce fasciste, per tutelare i grandi proprietari terrieri e industriali, scortando di fatto il fascismo al potere.
Nel secondo dopoguerra, nonostante la Costituzione repubblicana fosse appena nata, l’allora Ministro dell’Interno Mario Scelba istituì i celebri Reparti Celeri. Sfruttando la cosiddetta “continuità dello Stato”, mantenne al suo interno gran parte dei funzionari e dei metodi repressivi del ventennio fascista, stroncando con le armi i movimenti sindacali e le proteste dei braccianti, fino ad epiloghi come la strage di Portella della Ginestra (1947), l’eccidio di Melissa (1949) o di Modena (1950).
Ancora, l’attacco alla scuola Diaz durante il G8 di Genova nel 2001, definito da Amnesty International “la più grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”, fa parte di una lista infinita di fatti storici utili a suggerire come la nostra democrazia sia già stata profondamente eviscerata. Come stupirsi quindi delle strategie di manipolazione, ormai note come l’infiltrazione di agitatori che poi magari si vedono serrare i ranghi blu.
Le politiche estere di questa Europa e del suo vassallo italiano, evidenziano inoltre un “doppio standard” che rende le nostre democrazie davvero poco credibili: pseudo-democratici dentro i propri confini, predatori fuori, attraverso politiche neo coloniali.
Come diceva Rosa Luxemburg: «Nei confronti dell’interno […] domina la legalità, la pace, il commercio e la democrazia. Nei confronti dell’esterno, invece, l’arma politica è la violenza aperta, l’inganno, la rapina, l’oppressione».
Guardiamo le piazze oggi, poiché nei prossimi giorni, in occasione degli scioperi crescenti (che non si fermeranno) vedremo ancora molti blindati e uomini in tenuta anti-sommossa schierarsi a difesa di qualcosa che solo con molta elasticità linguistica si può ancora chiamare democrazia e chiediamoci da che parte della storia stare.
Eva Melodia – www.inatural.it
Foto copertina: immagine generata dall’AI

