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Sardegna, la grande macchina dei dati: Einstein Telescope, AI  e il filo tecnologico che arriva fino a Israele

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Per anni la Sardegna è stata descritta come un’isola turistica, lontana dai grandi circuiti tecnologici e industriali europei. Oggi questa immagine rischia di essere sostituita da quella di un territorio destinato a diventare una nuova piattaforma tecnologica: cavi sottomarini, reti ad altissima capacità, supercomputer, intelligenza artificiale, sensori stradali, infrastrutture energetiche e grandi centri di calcolo stanno arrivando in una terra che, al di là di alcune aree industriali e urbane, conserva ancora una struttura economica fortemente agro-pastorale e una fragilità infrastrutturale e sociale tutt’altro che risolta.

Il punto non è sostenere che esista un unico grande progetto segreto, ma è osservare ciò che sta accadendo sull’isola, unendo tasselli che normalmente vengono raccontati separatamente. Ed è proprio quando questi tasselli vengono osservati nel loro insieme che la domanda diventa inevitabile: che cosa sta diventando la Sardegna nella nuova geografia europea dei dati?

Partiamo dal mare. La rete BlueMed, sviluppata da Sparkle insieme a Google e ad altri partner, collega l’Italia con il Mediterraneo orientale e arriva fino a Israele attraverso il sistema Blue. La Sardegna entra fisicamente in questo scenario attraverso il collegamento con Golfo Aranci, e questo significa che l’isola è inserita in una infrastruttura internazionale di comunicazione strategica, dentro una rete che attraversa uno dei corridoi digitali più importanti del Mediterraneo, ma perché fino in Israele e soprattutto dove e da chi?

Ed è qui che arriva il secondo elemento, forse ancora più interessante: TeRABIT e GARR-T. Nel 2024 è stato acquisito l’uso esclusivo di spettro ottico sulla rete BlueMed per estendere la rete della ricerca GARR-T alla Sardegna. Da Golfo Aranci partono collegamenti ad altissima capacità verso Roma e Milano, mentre l’infrastruttura regionale raggiunge complessivamente una capacità aggregata di circa 1,6 Tbps. Non siamo dunque davanti alla semplice connessione internet di un territorio: stiamo parlando della rete che deve sostenere ricerca scientifica, trasferimento massiccio di dati e collegamento con i grandi sistemi nazionali di calcolo.

Ed è qui che entra in scena Einstein Telescope.

La candidatura di Sos Enattos non riguarda soltanto la possibilità di ospitare in Sardegna un gigantesco osservatorio per le onde gravitazionali. Un’infrastruttura scientifica di questa portata produce enormi quantità di dati e richiede reti capaci di trasferirli rapidamente verso i centri di elaborazione. Lo stesso INFN indica TeRABIT come infrastruttura strategica in prospettiva nell’Einstein Telescope, mentre l’ecosistema ETIC sta sviluppando tecnologie e capacità di calcolo necessarie alla futura elaborazione scientifica.

Il passaggio successivo porta a Bologna, al Tecnopolo, dove si trova Leonardo, uno dei più importanti sistemi di supercalcolo italiani, realizzato con la partecipazione di CINECA, INFN ed ECMWF. La rete GARR-T ha proprio a Bologna uno dei suoi nodi strategici. Il percorso infrastrutturale, quindi, è: Sardegna → TeRABIT → GARR-T → Bologna → Leonardo.

Questo non significa, e sarebbe scorretto sostenerlo, che i dati prodotti in Sardegna vengano automaticamente elaborati da Leonardo. Ma significa che esiste una struttura tecnologica che rende possibile una connessione sempre più stretta tra il territorio sardo e l’infrastruttura nazionale della ricerca e del supercalcolo.

Dentro Leonardo compare inoltre una tecnologia sviluppata originariamente da Mellanox, azienda israeliana acquisita da NVIDIA nel 2020 per circa 7 miliardi di dollari. La tecnologia Mellanox è oggi parte dell’offerta NVIDIA per le interconnessioni ad alte prestazioni e viene utilizzata anche nei sistemi di supercalcolo. È un altro elemento documentato, che dimostra piuttosto quanto siano profonde e ormai difficili da ignorare le interdipendenze tecnologiche internazionali che attraversano l’intera catena del calcolo ad alte prestazioni e allora possiamo pensare ad un possibile controllo israeliano delle infrastrutture italiane?

Poi c’è Google.

La stessa multinazionale che compare nell’infrastruttura BlueMed è uno dei due colossi selezionati dal governo israeliano nell’ambito del Project Nimbus, il programma pluriennale di cloud pubblico israeliano al quale partecipano anche organismi governativi e strutture legate alla sicurezza e alla difesa. Il dato significativo è questo: la stessa azienda opera contemporaneamente in differenti livelli dell’ecosistema digitale, dalla connettività internazionale al cloud strategico.

E mentre i dati scientifici viaggiano sulle fibre, un altro tipo di dato comincia a essere raccolto direttamente sulle strade.

La Smart Road della SS729 Sassari-Olbia prevede telecamere intelligenti, sistemi DSRC e C-V2X, fibra ottica e una rete di dispositivi destinati alla raccolta e alla gestione di informazioni sul traffico e sulla sicurezza. È un modello nel quale la strada non è più soltanto asfalto, segnaletica e infrastruttura fisica: diventa una piattaforma digitale capace di osservare, controllare, misurare e trasmettere continuamente ciò che accade, in una parola, spiare h24. E anche qui la Mobileye, società con quartier generale e principale attività di ricerca a Gerusalemme, opera proprio nei settori della computer vision, dell’assistenza alla guida e della mobilità automatizzata. Convergenza tecnologica?

E infine arriva l’ultimo tassello: l’energia che alimenta l’intelligenza artificiale.

A Nuraxi Figus, nel Sulcis, l’ex area mineraria di Carbosulcis è al centro del progetto Digital Vault Sulcis promosso da Energy Vault. Il piano presentato nel 2026 prevede un polo tecnologico nel quale trovano posto sistemi di accumulo energetico e un Edge AI Data Center fino a 30 MW, inserito in un più ampio hub tecnologico da circa 100 MW. L’investimento indicato dal MIMIT è di circa 1,49 miliardi di euro, stessa cifra euro più euro meno, dell’ET.

È difficile non cogliere il significato simbolico della trasformazione: dalla miniera di carbone alla miniera dei dati. Dove un tempo si estraeva combustibile fossile, oggi si immagina di concentrare energia, capacità computazionale e intelligenza artificiale e, il prezzo da pagare è altissimo: un’impressionante utilizzo di acqua in una terra nella quale, uno dei veri grandi problemi, è proprio la scarsità d’acqua.

Tuttavia, vi sono ulteriori elementi che, in assenza di una normativa specifica sui data center, non vengono adeguatamente considerati. Oltre al consumo di enormi quantità d’acqua, stimato in circa tre volte il consumo medio della popolazione, occorre considerare il consumo di suolo, che altera gli ecosistemi locali, l’inquinamento derivante dalle emissioni nocive e la produzione di rifiuti elettronici al momento della dismissione. Questi ultimi, a causa della rapida obsolescenza delle tecnologie, rischiano di essere abbandonati nella miniera, lontano dagli occhi dell’opinione pubblica, anziché essere correttamente smaltiti.

Ed è proprio qui che il quadro complessivo diventa politicamente inconcepibile.

La Sardegna sta mettendo insieme una rete internazionale di telecomunicazioni, un’infrastruttura scientifica destinata a sostenere grandi quantità di dati, un collegamento con il supercalcolo nazionale, sistemi di raccolta dati sulla mobilità e un nuovo polo per AI e cloud alimentato da una infrastruttura energetica dedicata. Sono pezzi diversi, con soggetti diversi e finalità diverse. Ma appartengono tutti alla stessa economia: quella del dato.

Il rischio, quindi, non è la tecnologia in sé, ma la dipendenza tecnologica che può nascere quando un territorio diventa sempre più rilevante come luogo fisico nel quale transitano, vengono raccolti, elaborati e conservati dati e capacità di calcolo, mentre le tecnologie fondamentali, i grandi operatori e una parte considerevole delle piattaforme rimangono altrove.

Google, NVIDIA-Mellanox, Mobileye sono realtà con legami tecnologici o industriali con Israele, e allora una domanda è inevitabile non farsela: perchè la Sardegna sta entrando dentro una rete tecnologica internazionale nella quale sovranità, infrastrutture e interessi industriali confluiscono in aziende israeliane?

Ma c’è un’altra di domanda che dovrebbe interessare ancor di più i sardi: chi controllerà le infrastrutture, chi gestirà i dati, dove verranno elaborati, quali tecnologie saranno indispensabili e quanto sarà autonoma l’isola quando questa trasformazione sarà completata?

Perché una Sardegna connessa, informatizzata e dotata di enormi capacità di calcolo può essere una straordinaria opportunità. Ma una Sardegna che cede territorio, acqua, energia, infrastrutture e dati, mentre le decisioni strategiche vengono prese altrove, rischia di diventare qualcos’altro: non il cervello della nuova economia digitale, ma il suo gigantesco supporto tecnico.

E allora chi avrà le chiavi della Sardegna digitale?

Andrea Caldart

Foto copertina: immagine generata dall’AI

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