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Etica del giornalismo senza compromessi: la radiazione per chi viola il patto con i cittadini

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Da giornalista, legata a figure di spessore come Indro Montanelli, che rappresentava il rigore della chiarezza, o Valentino Parlato, tra l’altro mio Maestro, è inevitabile che faccia considerazioni, seppur amare, ma estremamente lucide. 

Citare giganti del giornalismo mette immediatamente a nudo la distanza siderale con gran parte dell’attuale panorama mediatico.

Oggi, la sensazione è, che si sia passati dal giornalismo come “cane da guardia” al giornalismo come “intrattenimento veloce” e spesso orientato verso il gossip più becero anche nei casi, in cui, si dovrebbe fare solo cronaca.

Un tempo la redazione era una scuola di vita e di metodo. 

Dottoressa Francesca Della Valle

Attualmente, complice la crisi dell’editoria, molti accedono senza quella formazione etica e tecnica che trasformava un “appassionato” in un professionista.

Più che capisaldi dell’informazione, sono prestigiatori della verità e spuntano come fiori “appassiti sul nascere” che gridano per farsi notare, sparendo senza lasciare traccia, perché privi di radici, dopo aver generato una confusione spaventosa tra i lettori.

Se Montanelli era una quercia e Parlato un innesto tenace e controcorrente, molti dei protagonisti odierni, sembrano vegetazione spontanea che cresce sul cemento dei social.

Non c’è approfondimento, non c’è lo studio delle fonti, non c’è il “consumare le suole delle scarpe”

Spesso ci si concentra sull’estetica del momento, dimenticando che il giornalismo vive di solidità.

I fatti, spesso, vengono sacrificati sull’altare del commento, confondendo la popolarità con l’autorevolezza.

In questo scenario, la lezione di Parlato, l’idea che il giornalismo debba avere un’anima e una responsabilità sociale, sembra quasi un reperto archeologico.

A tutto questo, si aggiunge, una mia riflessione che trova terreno fertile se solo ci soffermassimo a guardare i tanti “giornalisti” che popolano il nostro mondo circostante.

Se un tempo il seminario o il convento erano la via d’uscita per chi non aveva una collocazione o cercava un ruolo sociale protetto, nei nostri giorni, il giornalismo sembra essere diventato il “piano B” collettivo.

Come un tempo si prendevano i voti per mancanza di alternative economiche, attualmente molti si rifugiano nel tesserino sperando in una legittimazione che non trovano altrove.

Una volta c’era la “chiamata”, oggi c’è il “contentismo”.

Ci si butta nella mischia dei media, non per informare, ma per esistere socialmente

Insomma, una sorta di refugium peccatorum; dall’influencer che vuole darsi un tono, al concorrente di qualche reality, sino al laureato che non sa dove sbattere la testa. 

A questo punto ci chiediamo dove sia la differenza tra le scelte di castità teorica della vita monastica di un tempo e il “rifugio” di certi “giornalisti” del momento?

I preti avevano almeno la garanzia di un tetto e di una mensa, il giornalista – soprattutto i più bravi – spesso rischiano di morire di fame.

A differenza di altre categorie professionali per diventare giornalisti non è necessaria una laurea, ma solo una collaborazione biennale retribuita. Questo ha creato l’illusione che scrivere equivalga a essere giornalisti, confondendo la pseudo abilità tecnica con la funzione civile.

Con l’avvento dei Social, il confine tra chi informa e chi commenta, si è fatto sottile. 

Se “tutti informano tutti” il giornalista che non aggiunge valore è una figura superflua, che si limita a copiare e incollare comunicati stampa, quale motivo avrebbe di esistere?

Il pericolo di questo tipo di giornalismo “senza né arte né parte” risiede nella perdita di autorevolezza

Quando l’iscrizione all’Ordine serve solo per avere sconti su treni o accrediti ai concerti, la professione smette di essere un “cane da guardia della democrazia” e diventa un club di privilegiati senza missione.

Dal mio punto di vista il problema non è tanto il chi entra, ma il come resta.

Indurire i criteri di accesso con una laurea obbligatoria e una formazione certificata o test d’ingresso più severi servirebbe, ma non sarebbe la soluzione. Una volta dentro, senza controlli deontologici costanti, tutto questo non avrebbe senso.

Bisognerebbe che gli Ordini punissero i “pennivendoli” che non verificano le informazioni e, che i Consigli di Disciplina, fossero più rapidi e severi nel sanzionare chi pubblica notizie non veritiere.

La formazione obbligatoria esiste, ma bisognerebbe renderla più selettiva e di qualità. 

La radiazione dall’Albo dovrebbe essere vissuta come un sacramento laico.

In questa ottica, la radiazione, non è solo la perdita di un tesserino, ma il segno indelebile di un tradimento etico, così profondo, da rendere l’individuo “indegno” della funzione pubblica di informare.

Il momento storico è particolarmente delicato. Questo dovrebbe spingere la comunità dei giornalisti a recidere, per sempre, il legame con chi ha violato il dogma della ricerca della verità a favore di chiacchiere di cortile, nel rispetto della dignità umana e della categoria.

Francesca della Valle – Giornalista Conduttrice Autrice Scrittrice Attivista civile

Presidente di Labirinto 14 Luglio

Labirinto14luglio@libero.it

Foto copertina: immagine generata dall’AI

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