Spin Time, tredici anni di occupazione, un incendio e una città ancora senza una soluzione. La politica dell’emergenza presenta il conto
C’è un’immagine che racconta Roma meglio di cento conferenze stampa: centinaia di persone accampate sull’asfalto di via Santa Croce in Gerusalemme, davanti a un edificio dichiarato temporaneamente inagibile dopo l’incendio del 29 luglio 2026.
Non è soltanto una fotografia drammatica. È una domanda politica.

Come è stato possibile arrivare fin qui?
Spin Time è occupato dal 2013. Oggi, dopo il principio d’incendio, l’edificio è sotto sequestro e gli abitanti sono rimasti fuori.
Le cronache parlano di oltre 400 residenti complessivi e di più di 200 persone costrette in questi giorni a vivere all’esterno dello stabile.
Il punto, però, non è stabilire chi abbia ragione in una guerra ideologica tra destra e sinistra.
Il punto è molto più semplice: per tredici anni Roma non è riuscita a trasformare un’occupazione in una soluzione legalmente sostenibile.
E qui comincia la responsabilità politica.
La sentenza che cambia il quadro
C’è un dato che non può essere ignorato.
Il Tribunale civile di Roma ha condannato il Ministero dell’Interno a risarcire InvestiRE SGR con oltre 21 milioni di euro per il mancato sgombero dell’immobile. La vicenda nasce dal mancato rispetto di un provvedimento di sequestro preventivo disposto dall’autorità giudiziaria.
Dunque sarebbe scorretto raccontare Spin Time come se fosse semplicemente il risultato dell’azione — o dell’inerzia — del Campidoglio, ma sarebbe altrettanto sbagliato assolvere la politica romana dalle proprie responsabilità.
Perché una cosa è l’esecuzione dello sgombero.
Un’altra cosa è governare ciò che viene dopo.
Ed è proprio qui che la domanda arriva a Gualtieri.
La politica non può vivere di soluzioni provvisorie
Il Campidoglio ha sostenuto l’ipotesi di acquisire l’immobile e ha cercato una soluzione istituzionale per evitare che centinaia di persone finissero in strada.
La trattativa con la proprietà, però, non ha prodotto finora una soluzione definitiva.
E allora bisogna avere il coraggio di dirlo: se una pubblica amministrazione si accorge dell’emergenza soltanto quando l’emergenza esplode, non sta governando. Sta inseguendo gli eventi.
Il problema non sono le persone che oggi dormono per strada.
Il problema è averle lasciate per anni dentro una situazione che avrebbe richiesto una strategia.
Perché la tutela delle persone fragili non può significare accettare indefinitamente l’assenza di una soluzione giuridica. E la legalità, se vuole essere credibile, non può comparire soltanto quando arriva un incendio, un sequestro o un’ordinanza.
Spin Time è diventato negli anni un simbolo di rigenerazione urbana e sociale per una parte della città. È stato raccontato come esperienza di solidarietà, mutualismo e welfare dal basso.
E forse proprio qui sta il paradosso.
Un’esperienza sociale può produrre attività meritorie e, contemporaneamente, trovarsi dentro una situazione di occupazione che pone problemi giuridici e amministrativi.
Le due cose possono essere vere contemporaneamente.
Il giornalismo dovrebbe avere il coraggio di dirlo senza tifare.
Perché la solidarietà non cancella la legge, ma la legge non può cancellare le persone.
È questo il punto che la politica continua a non risolvere.
E adesso?
Adesso ci sono famiglie, bambini e persone vulnerabili fuori da un edificio dichiarato inagibile. Ci sono una proprietà privata, un sequestro giudiziario, una sentenza che ha imposto un conto milionario allo Stato e un Comune che cerca una soluzione abitativa e politica a un problema ormai esploso.
E mentre le istituzioni discutono, la scena è già diventata il simbolo di una contraddizione tutta romana: la città che vuole essere inclusiva non è riuscita a costruire per tempo una soluzione inclusiva.
Questo non significa che Gualtieri sia responsabile dello sgombero.
Significa qualcosa di più politico e, forse, più scomodo: un sindaco non viene giudicato soltanto per ciò che può ordinare. Viene giudicato anche per ciò che riesce a prevenire.
E Spin Time, oggi, racconta una prevenzione che non ha funzionato.
Non serviva aspettare il fumo.
Non serviva aspettare il sequestro.
Non serviva aspettare le persone sull’asfalto.
Una grande capitale avrebbe dovuto arrivare prima.
Con una soluzione abitativa. Con un piano. Con tempi certi. Con la legalità. Con la dignità. Tutte insieme.
Perché il vero fallimento non è scegliere tra legalità e solidarietà.
Il vero fallimento è aver fatto credere per anni che Roma fosse costretta a scegliere.
E oggi, mentre via Santa Croce diventa un dormitorio a cielo aperto, quella scelta mancata è diventata visibile a tutti. È scritta sull’asfalto.
Francesca Della Valle – Giornalista Conduttrice Autrice Scrittrice Attivista civile
Presidente di Labirinto 14 Luglio
Foto copertina: immagine generata dall’AI

