Viviamo nell’epoca che ama definirsi la più libera, la più inclusiva e la più avanzata della storia.
Ogni giorno istituzioni, aziende e leader politici rivendicano il proprio impegno per i diritti, la parità di genere e l’inclusione. È il lessico dominante del nostro tempo, ma proprio qui si annida il grande paradosso.
Mai come oggi la comunicazione ha celebrato la libertà, eppure mai come oggi il pensiero critico sembra diventato così scomodo.

Dietro la retorica del progresso si intravede il rischio di un nuovo oscurantismo: non quello imposto dalla forza, ma quello costruito attraverso il consenso, la propaganda e il marketing politico.
Il primo segnale di questa deriva è la mercificazione dei diritti.
La tutela delle donne, la lotta alla misoginia e l’inclusione vengono troppo spesso trasformate in strumenti di comunicazione.
Diventano campagne, slogan, hashtag, occasioni di consenso.
Molto più raramente si traducono in investimenti duraturi nella cultura, nell’istruzione, nella ricerca e nella valorizzazione del merito.
Così il diritto rischia di diventare un prodotto da esibire più che un principio da difendere.
Per comprendere questo fenomeno vale la pena guardare al passato senza i pregiudizi con cui spesso lo raccontiamo.
Il Medioevo continua a essere evocato come sinonimo di oscurità, ignoranza e totale subordinazione femminile. È una rappresentazione comoda, ma incompleta.
Certamente si trattava di una società profondamente gerarchica, nella quale le donne incontravano enormi limitazioni giuridiche e sociali.
Tuttavia, proprio in quell’epoca, il sapere possedeva un prestigio tale da consentire ad alcune figure femminili di conquistare un’autorevolezza straordinaria.
Ildegarda di Bingen consigliava papi e imperatori attraverso le sue opere teologiche, scientifiche e mediche.
Matilde di Canossa influenzò gli equilibri politici dell’Europa medievale.
Eleonora d’Aquitania fu protagonista della diplomazia internazionale e mecenate della cultura.
Christine de Pizan scrisse una delle prime grandi difese della dignità intellettuale delle donne, mentre Trotula de Ruggiero rappresentò uno dei riferimenti più importanti della medicina della Scuola Salernitana.
Non erano semplicemente eccezioni fortunate. Erano la dimostrazione che, quando il sapere era riconosciuto come valore, l’intelligenza poteva aprire spazi di autorevolezza perfino all’interno di una società fortemente diseguale.
Il vero confronto con il presente nasce proprio da qui.
Oggi le donne godono, giustamente, di diritti civili, politici e professionali incomparabilmente superiori rispetto al Medioevo.
Sarebbe storicamente falso negarlo.
Eppure esiste una contraddizione che merita di essere osservata.
Nella società della comunicazione permanente, la preparazione culturale sembra contare sempre meno rispetto alla capacità di occupare lo spazio mediatico.
Il dibattito pubblico premia la velocità anziché la riflessione, l’appartenenza anziché l’argomentazione, la “viralità” anziché la competenza.
La donna viene spesso celebrata come simbolo di emancipazione, ma troppo frequentemente è trasformata in un’immagine da utilizzare nelle campagne politiche, nei talk show o nella comunicazione istituzionale.
Il rischio è che il valore del suo pensiero venga sostituito dalla sua utilità narrativa.
È una forma di riduzione che appare moderna, ma che finisce per svuotare di significato la stessa idea di emancipazione.
La vera conquista non consiste nell’essere presenti in ogni slogan, ma nell’essere ascoltate per la qualità delle proprie idee. Una società che misura il valore delle persone esclusivamente attraverso il consenso immediato finisce inevitabilmente per impoverire il dibattito culturale.
Questa è la nuova oscurità.
Non nasce dall’assenza di tecnologia, ma dall’abuso della tecnologia.
Non deriva dalla mancanza di informazione, ma dall’eccesso di comunicazione superficiale.
Non limita formalmente la libertà di parola, ma rende sempre più difficile l’ascolto del pensiero complesso.
Il progresso autentico non coincide con la quantità degli slogan, bensì con la capacità di riconoscere il merito, premiare lo studio, valorizzare la competenza e difendere il dissenso quando è argomentato.
Forse il vero paradosso della nostra epoca è proprio questo: possediamo strumenti di conoscenza infinitamente superiori rispetto a qualsiasi civiltà del passato, ma rischiamo di utilizzarli per costruire una società nella quale il pensiero vale meno dell’immagine e la cultura meno della propaganda.
Se accadrà, non sarà il Medioevo ad aver sconfitto la modernità.
Saremo stati noi a rinunciare, volontariamente, alla luce della ragione.
Francesca della Valle – Giornalista Conduttrice Autrice Scrittrice Attivista civile
Presidente di Labirinto 14 Luglio
Foto copertina: immagine generata dall’AI

