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La Notte di San Lorenzo

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Non è il titolo del film dei fratelli Taviani del 1982 ma lo spunto per effettuare una riflessione sul 10 agosto.

La poesia del mio adorato Pascoli che si intitola X agosto (crepuscolare che sfocia nel decadentismo) dice molto sulla magia di tale notte in cui cadono le stelle ammantato con la tristezza dei rondinini rimasti orfani.

Il 10 agosto sembra che sia la notte in cui se ne vedano di più.

Ci sono nella vita di ognuno di noi date importanti o fatti che spesso ci riportano indietro all’infanzia e quindi sfociando in malinconia, come ad esempio quando si avvistano le prime lucciole a maggio, il mese dei fiori e della Madonna con le prime processioni in santuari/eremi appenninici che poi si protraggono sino al 15 agosto, dato che le frazioni montane si rianimano perché gli immigrati interni tornano alla casa natia in vacanza.

È l’eterno ritorno caro ai greci antichi: nóstos(νόστος), in questo caso della memoria seppur dolorosa.

Il νόστος è quindi uno scandire del tempo che nasce dalla tradizione rurale ma svilita dal cittadino moderno  che  compiendo alcuni rituali magici  come l’Acqua di San Giovanni  tra la notte del 23  e del 24 giugno, pensa di ritornare al concetto di madre terra.

Quindi a ben vedere e leggere le intenzioni di chi si agita per tale notte di San Lorenzo, emerge prepotentemente che la tradizione popolare sia dura a morire a motivo del quale, pur sapendo che vengo considerato un bastian contrario, ritengo che i flussi migratori esterni non andranno mai a scalfire la nostra italica tradizione.

Questo perché nel cuor di ogni italiano convive un perfetto mix di speranza e superstizione che nasce dall’antica Roma ma che sta sfociando, con la laicizzazione del pensiero, in un neopaganesimo composto da simboli attualizzati e monetizzanti.

Non per nulla il 10 agosto, quando si sarà stati con il naso all’insù a vedere se si intercettano le scie delle stelle cadenti – inquinamento luminoso permettendo su cui nessuno dice una parola- in cuor nostro si saranno espressi desideri nascosti.

Ne consegue una fuga dalla realtà orribile che ci circonda per una breve serata di asserita pacificazione interiore in cui poi di fatto non accade nulla perché’ di stelle cadenti, il più delle volte, non c’è traccia checché tutti dicano il contrario.

O è nuvoloso.

Ma serve per crearci una illusione di speranza al pari di chi legge l’oroscopo o va dalla cartomante per avere -appunto- l’illusione di salute, soldi e amore cui tutti noi tendiamo ma rimanendo immobili per smentire un doloroso oggi fatto di fallimenti futuri.

L’uomo ha sempre apparentemente rincorso la via della trascendenza attraverso i simboli senza tenere a mente che tutto nasce dalla gestione dell’io, fonte inesauribile di una conoscenza mai completa.

Ma il mettersi a nudo, anche con spietatezza, non ha mai giovato a chi lo ha posto in essere e demandando tutto, compresa la libertà, alla interpretazione dei desideri inappagati culminati nelle scie di stelle che cadono sperando che cambino il nostro destino.

Ma in realtà la scia delle stelle cadenti simboleggia la parabola dello spirito in favore della superstizione neopagana con una mortificazione  delle proprie individualità’ nella massa che si comporta allo stesso modo a guardare le stelle senza un minimo di riflessione verso chi ha creato la volta celeste.

Le costellazioni rimangono i cardini del firmamento e spesso si cerca di capire quali siano i segni zodiacali per trovare in maniera maldestra quell’unione tra il proprio essere e le probabilità di riscatto come se si fosse novelli sacerdoti al santuario di Delfi.

Altri invece, più profondi del cielo stellato che osservano, innalzano verso lo stesso le loro preghiere ma sempre sperando che esaudiscano i desideri espressi interiormente e cercando nel buio o adagiati sulla nostra stella preferita, i volti  e le anime di chi ci ha lasciati.

E su tutto il silenzio dei prati con grilli danzanti che ci ricordano che l’infanzia dentro di noi non è stata vinta così come il ricordo.

Il problema è che nella società di oggi assai omologata, si scruti il cielo più perché’ lo fanno tutti piuttosto che per avere un moto di riflessione che non si ha avuto durante il giorno che è molto meno interessante dal punto di vista della riflessione.

Sarebbe il caso quindi che ognuno di noi avesse un San Lorenzo ogni giorno per smarrirsi nello spirito e con lo spirito alla ricerca dei nostri cari che brillano nel cielo perchè esiste un momento della sera in cui la frenesia della vita si consuma e il cielo stellato inizia a raccontare afferma Fabrizio Caramagna.

Filippo Teglia – Avvocato cassazionista penalista, pubblicista, giurista e docente universitario a contratto

In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it

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