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Vent’anni senza Oriana Fallaci: dall’inchiesta coraggiosa di una vera giornalista alle gogne mediatiche su commissione della Tv contemporanea

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Il passaggio da un giornalismo “di scontro” e testimonianza “alla Fallaci” a uno di “distrazione” ha svuotato il confine tra etica  il senso morale del giornalista, e deontologia – le regole scritte della professione, creando un vuoto che spesso viene riempito dal marketing. 

Mentre Oriana Fallaci metteva al centro la storia, anche con toni duri, oggi l’etica del rispetto della privacy soccombe spesso al voyeurismo.

La cronaca nera viene trasformata in un plastico da studio televisivo o in una diretta social infinita. Questo non è “diritto di cronaca”, ma è un uso del dolore come strumento di intrattenimento per distogliere lo sguardo dai problemi strutturali del Paese.

La sfida etica più recente riguarda l’Intelligenza Artificiale. Delegare la scrittura di articoli o la scelta delle notizie a un software, significa rinunciare alla responsabilità individuale.

Se l’etica è la bussola interiore del giornalista, la deontologia è la mappa stradale, e molti giornalisti sembrano aver perso proprio la bussola, seguendo una mappa dettata solo dal traffico web e dai rapporti di forza politica.

Il giornalismo di Oriana Fallaci ha rivoluzionato il mestiere sfatando il pregiudizio che l’inviato di guerra fosse un ruolo esclusivamente maschile. 

Nei suoi “faccia a faccia” con i potenti della terra utilizzava uno stile incalzante e non deferente; cercava l’autenticità dei fatti, oltre la propaganda politica.

In questi vent’anni dalla scomparsa di Oriana Fallaci, il giornalismo italiano ha subito una metamorfosi che ha allontanato radicalmente la professione dal suo modello di inchiesta solitariatestimonianza frontale.

Ai tempi della Fallaci, il potere cercava spesso di impedire la pubblicazione delle notizie. 

Oggi, la strategia è opposta. Il pubblico è sommerso da una quantità di informazioni tale, da rendere difficile distinguere l’inchiesta seria dal rumore di fondo. 

Il web impone ritmi che sacrificano la verifica delle fonti a favore della rapidità. Fare giornalismo d’inchiesta, nel senso più puro del termine e dell’essenza, è diventato legalmente ed economicamente più rischioso.

Le querele temerarie sono diventate lo strumento principale per silenziare le voci scomode attraverso richieste di risarcimento milionarie, che intimidiscono i giornalisti meno protetti.

 Sono aumentate le minacce contro i giornalisti del 47%, segnalando un clima di ostilità crescente verso chi indaga su mafia e corruzione. 

Il controllo dell’informazione si è spostato dai direttori del giornale agli algoritmi, e quindi ai Social Media come fonte. 

L’intervista, soprattutto politica, non appare più come uno “Scontro”, ma come un “Elogio”, privando il pubblico di quel confronto serrato e autentico, che estorceva al leader di turno verità umana e politica.

Le cosiddette trasmissioni d’inchiesta contemporanee, nel migliore dei casi, hanno un’agenda politica, puntano il mirino verso il personaggio scomodo per una certa politica o, nei peggiori dei casi, entrano nel campo dell’infotainment, privilegiando la ricerca dello scandalo, alla verità dei fatti, sino ad arrivare a vere e proprie “berline mediatiche”.

Si rischia così di “sporcare” un personaggio per la facilità con la quale, il linguaggio televisivo, necessiti di buoni e cattivi per fare ascolti, diventando così un “tribunale mediatico” che emette sentenze, prima ancora, che la giustizia ordinaria faccia il suo corso.

L’influenza che questi programmi hanno sull’opinione pubblica è enorme.

Quando un servizio viene montato con musica incalzante e ritmi serrati, lo spettatore è portato a emettere un giudizio immediato. Spesso la condanna mediatica arriva prima di quella giudiziaria, che magari non arriva affatto, ma il danno d’immagine al “personaggio scomodo” è ormai fatto e difficilmente riparabile.

La televisione fatica a gestire le sfumature. Dividere il mondo in “vittime” e “carnefici” è molto più efficace per lo share, ma rischia di distorcere la verità a favore di una narrazione più vendibile.

Una volta che una persona finisce nel mirino di programmi con milioni di spettatori, la sua reputazione sociale, viene colpita duramente.

 Anche se in seguito emergesse che i fatti erano diversi, la memoria collettiva tende a ricordare solo l’accusa iniziale. 

L’effetto “gogna mediatica” è un’arma usata per orientare il consenso o distruggere la credibilità di qualcuno. 

La “falsa” inchiesta diventa un braccio armato per colpire obiettivi precisi.

In questo scenario, il “giornalismo” smette di essere un servizio al cittadino e diventa uno strumento di pressione politica o economica.

Ci troviamo, spesso, di fronte a un’informazione che ha smesso di essere un faro ed è diventata uno specchio che riflette le battaglie di potere e i pregiudizi del pubblico, invece di cercare la verità nuda e cruda.

Quando l’inchiesta si trasforma in un’operazione di “Killeraggio mediatico” per colpire il personaggio scomodo, il vero sconfitto non è solo chi finisce nel mirino, ma il cittadino, che non ha più strumenti certi per distinguere una denuncia coraggiosa da una manipolazione su commissione.

Francesca della Valle – Giornalista Conduttrice Autrice Scrittrice Attivista civile

Presidente di Labirinto 14 Luglio

Labirinto14luglio@libero.it

Foto copertina: immagine generata dall’AI

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