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Sardegna, la colonia energetica che non ha mai scelto di esserlo

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La Sardegna non è più isola. Non è più terra. Non è più popolo. È diventata batteria. Un accumulatore di energia pensato per alimentare più di un continente intero, spogliato di ogni considerazione storica, culturale e identitaria.

Quello che si sta consumando oggi sull’isola non è sviluppo, ma una colonizzazione travestita da progresso, uno scippo lento e silenzioso delle radici di un popolo che troppe volte nella sua storia ha saputo resistere agli invasori con le armi, ma che ora si ritrova inerme davanti a un nuovo esercito: quello degli affari, delle lobby energetiche e della politica compiacente.

Non è un caso che dalla Sardegna parta il Tyrrhenian Link, il cavo che porterà l’energia prodotta nell’isola prima in Sicilia e poi oltre, verso l’Albania, la Grecia, Gaza con quel che ne resta, fino ad approdare nei Paesi arabi. Un corridoio energetico immenso, progettato per soddisfare i fabbisogni di altri, mentre la terra che lo genera viene dissanguata, defraudata e depopolata. Si racconta che tutto questo serva alla “transizione ecologica”, alla “sostenibilità”, ma nessuno spiega perché il prezzo della sostenibilità debba essere pagato solo dai sardi. Nessuno spiega perché la Sardegna debba essere devastata per diventare la centrale elettrica a batterie del Mediterraneo.

Gli stessi media che dovrebbero informare anestetizzano. Raccontano storie facili, confezionano fiabe di progresso, infantilizzano un dibattito che dovrebbe essere feroce, riducendo tutto a una partita tra “moderni” e “arretrati”. Ma qui non si tratta di progresso contro conservazione: si tratta di difendere un’identità, una cultura, una memoria collettiva millenaria che rischia di essere inghiottita nel nome del profitto e alla quale il popolo sardo, sembra abbia abdicato.

Siamo di fronte a un conflitto che ha i tratti di una guerra, anche se non ci sono armi. La guerra non si combatte più solo con i carri armati: oggi la si conduce con i progetti energetici, con i decreti, con le carte bollate, con i “piani strategici” che nessuno ha chiesto, ma che tutti devono subire. È la guerra al territorio sardo, e come tutte le guerre mira a piegare un popolo, a renderlo periferia di interessi che vengono decisi altrove.

La tragedia più grande non è l’assalto in sé, ma l’assenza di consapevolezza. Perché una terra che non riconosce l’invasione non è in grado di combatterla. E qui sta la ferita più profonda: l’apatia, l’indifferenza, l’ignavia di un popolo che sembra aver perso la memoria della propria fierezza. I sardi, che un tempo hanno saputo opporsi a Fenici, Romani, Aragonesi e Piemontesi, oggi si lasciano espropriare senza alzare la voce, come se il destino dell’isola non appartenesse più a chi la abita, ma solo a chi la sfrutta.

È questo silenzio che uccide più delle pale eoliche e dei cavi sottomarini. È l’inerzia di chi accetta passivamente il ruolo di spettatore, mentre la propria terra viene trasformata in una zona industriale a cielo aperto. L’ignavia è la vera complice di questa colonizzazione energetica: senza il consenso, anche tacito, nulla di ciò che sta accadendo sarebbe possibile.

E allora la domanda diventa un’altra: quanto vale davvero l’identità sarda? Vale il prezzo del silenzio? Vale la comodità del “non riguarda me”? Perché se il popolo sardo non recupererà la propria voce, la propria rabbia e la propria capacità di dire “no”, finirà con l’essere non solo una colonia energetica, ma anche una colonia culturale di altri, un museo vivente di un popolo che ha scelto di dimenticare sé stesso.

Risvegliarsi significa rompere la gabbia dell’indifferenza, strappare la maschera a chi chiama “opportunità” quella che è solo spoliazione. Non c’è neutralità di fronte a un’invasione: chi tace, acconsente. E chi acconsente diventa corresponsabile della distruzione della propria terra. 

La Sardegna rischia di diventare un luogo senza popolo, un guscio vuoto di pale eoliche, pannelli solari e cavi sottomarini. Ma non è ancora troppo tardi per smascherare chi oggi, dietro l’etichetta verde del progresso, nasconde la più antica delle ruberie: lo sfruttamento coloniale.

La domanda vera non è “perché tutta questa energia?” La domanda vera è: perché continuare a sopportare che sia la Sardegna a pagare il prezzo più alto?

Andrea Caldart

Io Rompo

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