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RSA, la fuga dei camici bianchi: la trincea sanitaria che rischia di rimanere senza medici e infermieri

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Ci siamo. La metamorfosi clinica delle Residenze Sanitarie Assistite, ormai trasformate in avamposti di alta complessità medica, ha generato l’impatto che temevamo: il crollo della prima linea.

C’è una corsia d’ospedale invisibile che sostiene il peso più drammatico del nostro invecchiamento, ma sta per rimanere sguarnita.

Mentre la domanda di cure specialistiche per pazienti fragili esplode, si registra un’emorragia silenziosa e devastante: medici, infermieri e operatori socio-sanitari stanno scomparendo dalle piante organiche.

Scappano verso la sanità pubblica, scelgono i grandi ospedali o abbandonano definitivamente, la professione. 

La trincea della geriatria moderna si sta svuotando, lasciando i nostri anziani senza chi possa difenderli.

Il primo motivo di questo abbandono di massa ha una natura strettamente economica e contrattuale. I contratti del comparto privato e del terzo settore presentano storicamente uno svantaggio retributivo netto.

La forbice contrattuale è ampia, ma ovviamente l’imprenditore, le holding fanno i conti con le ASL e l’obbligo è giocare al minimo consentito

A parità di responsabilità terapeutiche e con turni spesso più massacranti, un professionista sanitario all’interno di una RSA guadagna sensibilmente meno rispetto a un collega impiegato nel Servizio Sanitario Nazionale, dove il medico a gettone ha profitti molto elevati a fronte di turni pesanti, ma sostenibili dai giovani.

A questa penalizzazione economica si somma un radicato pregiudizio sociale.

Nella percezione collettiva, chi salva una vita in un pronto soccorso o in una terapia intensiva è considerato un eroe della medicina.

Chi gestisce quotidianamente la complessa instabilità di un grande anziano polipatologico, bilanciando terapie infusionali e scompensi cardiaci instabili, viene declassato a semplice “custode“.

Questa disparità di status spegne la motivazione e spinge i giovani professionisti a considerare le strutture assistenziali come un mero ripiego temporaneo, un trampolino di lancio in attesa di un concorso pubblico.

La disparità contrattuale è però solo la superficie di un malessere più profondo, che si consuma ogni giorno tra i letti dei reparti.

Chi lavora in queste strutture sperimenta una forma specifica di logorio psicologico: il burnout terapeutico.

In ospedale si cura per guarire, o quantomeno per dimettere il paziente. Nessun reparto accetta

Nelle RSA l’obiettivo clinico cambia radicalmente: non si persegue la guarigione, ma il mantenimento di un equilibrio fragilissimo e la tutela della dignità del fine vita.

Questo scenario richiede un investimento emotivo costante, che deve fare i conti con la frustrazione della cronicità e con la gestione di quadri demenziali severi.

I turni di notte diventano maratone fisiche e mentali per arginare deliri, psicosi e stati di aggressività psicomotoria, spesso potendo contare su organici ridotti all’osso.

Ogni decisione terapeutica è un azzardo calcolato al millimetro: su un organismo stremato, la linea di demarcazione tra il beneficio di un farmaco e il suo effetto collaterale è microscopica. A questo si aggiunge il carico emotivo delle famiglie, spesso travolte da enormi sensi di colpa per il ricovero del proprio caro, che scaricano sul personale medico ansie, pretese e insoddisfazioni.

Il medico e l’infermiere diventano così i parafulmini di un malessere sociale diffuso.

Le istituzioni e i programmatori sanitari continuano a ignorare la metamorfosi di queste strutture, erodendo i budget e mantenendo i requisiti di personale su standard burocratici inadeguati.

Pensare che l’amore per la professione o lo spirito di sacrificio possano compensare indefinitamente la carenza di risorse e l’assenza di tutele è una scommessa persa in partenza.

Senza un intervento strutturale che restituisca dignità economica e riconoscimento sociale a chi opera in questo settore, le RSA rischiano di trasformarsi in gusci vuoti.

Se la politica non deciderà di investire con urgenza sugli operatori sanitari, a pagare il prezzo più alto di questo progressivo abbandono saranno i cittadini più fragili e indifesi della nostra società.

Non possiamo permetterci di girare lo sguardo dall’altra parte.

La desertificazione dei camici bianchi nelle strutture territoriali non è un problema che riguarda solo gli addetti ai lavori o i parenti di chi è già ricoverato; è una bomba a orologeria demografica che bussa alla porta di ogni famiglia.

Curare la vecchiaia estrema non è un’attività assistenziale di ripiego, ma la frontiera più complessa, etica e scientifica della medicina contemporanea.

Difendere chi lavora in questa trincea silenziosa significa, in ultima analisi, difendere il nostro stesso futuro e il diritto di poter invecchiare con dignità.

La politica deve dare risposte concrete ora, prima che l’ultimo medico spenga la luce e chiuda la porta del reparto.

Prof. Fulvio Tomaselli

Angiologo Eticista Esperto di prevenzione della senescenza e di medicina rigenerativa

Specialista in idrologia, climatologia, talassoterapia

Medico Responsabile, RSA Villa Tuscolana-Sereni Orizzonti, Roma

Vicepresidente di Labirinto 14 Luglio

Presidente onorario della società SIME

Fultomas1@gmail.com

Foto copertina: immagine generata dall’AI

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